1981: Indagine a New York, recensione del noir con Oscar Isaac e Jessica Chastain

10 dicembre 2015
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Un fim elegante e raffinato su un uomo che cerca di non perdere l'integrità.

1981: Indagine a New York, recensione del noir con Oscar Isaac e Jessica Chastain

Non rischia di trovare la morte fra le insidiose acque dell’Oceano Indiano Abel Morales, immigrato ispanico che nella New York del 1981 insegue il Sogno Americano cercando di passare dallo status di semplice autista di camion a rispettabile e scaltro business man. Non è costretto a a sparare razzi nel cielo il ragazzo di buona volontà che per amore ha sposato la figlia del capo malavitoso e che cerca saggiamente di formare un manipolo di volenterosi dipendenti.
E tuttavia il protagonista del terzo film di J.C. Chandor somiglia in qualche modo al naufrago di All is Lost , nonostante il cappotto alla Dick Tracy che indossa nelle scene in esterno lo renda ben più "stiloso" del personaggio di Redford, impavido ma sgualcito nella sua maglietta azzurra e nella cerata arancione.
Come lui, il nuovo asso del gasolio dell’East Coast è un navigatore in solitaria che mette alla prova le proprie capacità e che lotta per la sopravvivenza in mezzo a un branco di squali, pesci non reali ma metaforoci che, invece di cercare di staccargli la carne dal corpo, minacciano di privarlo di un bene non meno prezioso: l’integrità, virtù quasi introvabile nel nostro inquinato e caotico pianeta.

Ecco, a dispetto dei molti film di vendetta a cui Hollywood mollemente si appoggia, e nonostante l’ambientazione in uno dei periodi più sanguinosi e torbidi della città che non dorme mai, A Most Violent Year non è una storia di "resa cruenta dei conti". Piuttosto è un "contro gangster-movie", che certamente gioca a fare la versione riveduta e corretta de Il Padrino – rendendo anche omaggio al cinema di Sidney Lumet – ma che compie un percorso non dalla luce all’ombra, ma dal buon senso alla rettitudine.
Sobrio e raffinato, il film non reinventa dunque il genere con il quale si diverte a flirtare, limitandosi a ereditarne la tensione, che si fa sempre più incalzante diventando trepidante attesa di una crisi, di uno scoppio d’ira. Non che non ci sia una ribellione nella resistibile ascesa dell’uomo dal nome biblico che la macchina da presa di Chandor non abbandona mai. La sua guerra alla concorrenza però è fredda, perché combattuta non con le armi e con il sangue, ma a colpi di caparbietà, acume e idealismo.

Lontano anni luce da un Don Chisciotte ridotto a nullità da un sistema corrotto, il buon Morales è un personaggio destinato a vincere in nome della sua inafferabilità e coerenza "talebana". Complesso e imprevedibile, somiglia sì a Michael Corleone – con cui condivide il dilemma se replicare o meno gli schemi dei padri e la necessità di mettere d’accordo affari e famiglia – ma prima di ogni altra cosa è profondamente umano. Per questo al regista interessa il suo dramma personale, un dramma raccontato senza sensazionalismi, violenza grafica, scene madri e revolver che sparano colpi su colpi, ma attraverso un percorso di avvicinamento continuo e di introspezione, a cui fa da contraltare un’eleganza formale mai ostentata che rende alcune inquadrature – specialmente i campi lunghi – di una bellezza struggente.

Non quindi c’è distanza emotiva né glacialità nella cronaca di un mese di vita e di affari di Mr. e Mrs. Morales, sempre a cavallo fra domestica normalità e barocca epicità. La suspence che informa il film è presente perfino nella coppia, luogo di amorevole scontro fra quieta solidarietà e sbrigativa praticità. Recitano in stato di grazia, tra l’altro, Jessica Chastain e soprattutto Oscar Isaac, mai così bravo e mai così a fuoco. A lui Chandor chiede moltissimo: di giocare con l’ambiguità e di recitare con lo sguardo, facendo di A Most Violent Year una crime-story che cuoce - e ci cuoce - a fuoco lento.

Anche se collocato in un’epoca che sembra lontana, il film pone una domanda fondamentale, a cui noi, che rischiamo di annegare nella brodaglia nerastra e puzzolente di piccole e grandi suburre, francamente preferiamo non rispondere: l’onestà è ancora una via possibile? O meglio: la via della realizzazione personale può ancora passare per la correttezza?



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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