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Tim Roth, un alieno nel sole accecante di Acapulco: il nostro incontro con il protagonista di Sundown e una clip esclusiva

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Un uomo al sole, in spiaggia. Un inglese dalla carnagione chiara nel mare di Acapulco, nel Messico pieno di contraddizioni. Come contraddittoria è stata la vita e la carriera di Tim Roth, che in questa intervista ci racconta la sua esperienza in Sundown di Michel Franco. Vi presentiamo inoltre una clip in esclusiva.

Tim Roth, un alieno nel sole accecante di Acapulco: il nostro incontro con il protagonista di Sundown e una clip esclusiva

Un uomo al sole, a bordo di una piscina in un hotel di lusso. Davanti il mare, e una spiaggia da sogno. È così che appare Tim Roth, insieme a Charlotte Gainsbourg, in Sundown di Michel Franco, nelle sale italiane dal 14 aprile distribuito da Europictures. Il regista messicano di Nuevo orden, Gran premio della giuria a Venezia, torna a lavorare insieme dopo Chronic con l’attore in un film che racconta di una ricca famiglia britannica in vacanza ad Acapulco, luogo di fascinosa bellezza ma anche devastata da una violenza che si nasconde nelle pieghe nascoste del lusso e del boom edilizio.

Presentato in concorso a Venezia, dove ha diviso molto come accade spesso con il cinema di Franco, è un esperienza di visione inconsueta e piena di tensione. Impossibile e criminale dire qualcosa sulla trama. Ne abbiamo parlato con Tim Roth, che abbiamo incontrato via zoom.

Come ha approcciato un personaggio così sgradevole per molti aspetti?

Con Michel si lavora insieme sulla nozione della storia che poi diventa una sceneggiatura, tra virgolette. Poi evolve continuamente durante le riprese. Non è niente di immutabile. Sapevo privatamente le motivazioni del mio personaggio in ogni situazione. mentre gli altri attori sapevano solo l’arco narrativo. È uno dei personaggi più complicati emotivamente che abbia mai interpretato. Non ho ancora visto il film, perché lo voglio vedere con il pubblico, cosa ovviamente molto difficile a causa della pandemia. Come abbiamo fatto in passato con Michel in Chronic, in Sundwon ancora di più abbiamo cercato di spogliare la nozione della performance dell’attore. Doveva essere semplicemente un uomo di cui conosci la faccia, che va in spiaggia, incontra delle persone, gli succedono delle cose. Volevamo far cadere il più possibile le barriere fra l’attore e il pubblico e poi condurlo in un viaggio totalmente inatteso. È un film diverso per ogni spettatore, tra l’altro. Alcuni lo considerano molto divertente, altri cupo o psicopatico. Anche se è vero questo per ogni film, mi sembra sia reale in maniera più estrema per Sundown. La sceneggiatura è stata la base, poi abbiamo girato cronologicamente, facendo evolvere la storia. È stato difficile e allo stesso tempo molto eccitante. È così lavorare con Michel Franco, non sai mai cosa ti capiterà. Come attore devi essere pronto a tutto, a sperimentare. 

Un luogo di grande bellezza, ma anche violento, pieno di contraddizioni. Ha esperienza di altri luoghi con queste caratteristiche?

Ho lavorato in posti in cui le persone erano incredibili, o era in corso una guerra. Proprio a inizio carriera ho lavorato in Zimbabwe, appena diventato tale. Abbiamo girato nel 1988 Un mondo a parte di Chris Menges appena oltre il confine di un Sudafrica ancora in regime di apartheid. Abbiamo lavorato con l’African National Congress in un film sul processo rivoluzionario in Sudafrica, ma oltre il confine del paese coinvolto. Poi sono stato in Etiopia per un film che non è andato bene, ma succede. Siamo andati in zone da cui i rifugiati si allontanavano a causa della guerra. Era un film francese, l’idea era di un piccolo gruppo di registi che vanno in un campo di battaglia in Etiopia. In effetti a pensarci ora era un’idea assurda e probabilmente anche offensiva, ma all’epoca succedevano queste cose. La mia vita è piena di contraddizioni, altrimenti non potrei essere nella situazione in cui mi trovo, a parlare del film che ho fatto in Messico. È tutto una contraddizione, per fortuna è così

Il suo personaggio, ma anche lei come attore durante le riprese, si è trovato come uno straniero, quasi un alieno, in una città ancora una volta contraddittoria come Acapulco.

Niente può preparati a quello che vedrai non appena arrivi lì, è assolutamente straordinario. Ci sono due mondi delineati in maniera molto chiara dal sistema di classe. Le persone che hanno e quelle che non hanno, e tutto è visibile immediatamente. Grande ricchezza e edifici altissimi, ma vuoti. Sono lì per ragioni che non conosciamo. L’ovvia corruzione, il potere e la ricchezza, i militari che la proteggono. La grande maggioranza della popolazione è povera ed è evidente a tutti. Michel voleva andarci perché da bambino giocava in quelle piagge. Ma non ti aspetti comunque l'impatto dato dai rumori, dagli odori. L’interazione dei locali con noi è stata però straordinaria, mi guardavano come un alieno. All’inizio si domandavano cosa ci facessi lì, i bianchi del film si notavano non poco. Ma già alla fine del primo giorno le cose sono cambiate. Hanno superato l’idea surreale che fossimo in quella spiaggia affollata con le macchine da presa interagendo con la popolazione locale. Non eravamo già più niente. Non siamo stati tanto accettati, ma considerati parte del panorama, eravamo lì. Molti sono anche stati ripresi nel film. Un’altra contraddizione: se avessimo girato per strada a New York sarebbe stato un incubo con le autorizzazioni e tutto il resto. Considerando un posto così selvaggio come Acapulco si potrebbe pensare che sarebbe stato molto più complicato. Ma non è stato così, ci hanno accettato tranquillamente, prima molto interessati poi altrettanto intensamente disinteressati a noi e abbiamo potuto fare il film. Immagino che per chi ha lavorato dietro le quinte debba essere stato molto più difficile di quanto abbiano detto a noi attori. Ma ci siamo riusciti, l’abbiamo fatto e non è mai facile fare un film del genere.

Una clip in esclusiva di Sundown, che ben rappresenta la tensione del film

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