Sundown: la recensione del dramma di Michel Franco con Tim Roth presentato a Venezia 2021

05 settembre 2021
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Una famiglia britannica vacanza in uno splendido resort di Acapulco in Messico. Una tensione che sale inesorabile nel nuovo duro dramma di Michel Franco, Sundown, presentato in concorso al Festival di Venezia 2021.

Sundown: la recensione del dramma di Michel Franco con Tim Roth presentato a Venezia 2021

Dei non luoghi, terreni di confine antropologico in cui si confrontano due popolazioni: i turisti e gli abitanti locali, che dal loro arrivo in massa dipendono per la sopravvivenza lavorativa. Si perdono autenticità, diventano delle enclave senz’anima. Una di queste, Acapulco, con le sue spiagge e i suoi hotel di lusso popolati da occidentali, è luogo di analisi anatomopatologica da parte di Michel Franco, maestro nel manipolare il pubblico e gli stessi suoi personaggi. Sundown è un nuovo capitolo della sua messa in scena della violenza in Messico, dopo il notevole Nuevo Orden. Dalla coralità della folla che reagisce in maniera incontrollata a un singolo individuo, da una città intera a una famiglia. Acapulco è la città in cui trascorreva l’estate durante l’infanzia, diventata negli ultimi anni epicentro di violenza e furti (se non rapimenti) nei confronti dei turisti più danarosi. Un luogo di bellezza svilita, sempre più distante dal paese che si staglia intorno. Sono ormai tutti stranieri.

In una carrellata sulle categorie sociali di quella realtà, Franco costruisce un film che sa di teorema di laboratorio, con una cavia e un catalizzatore di energia, ma anche di entropia, come il sole. Un protagonista che suscita sentimenti contrastanti, se non ostili, da parte dello spettatore. Neil e Alice Bennett sono ricchi, inglesi e in vacanza con i due ragazzi, Colin e Alexa. Un’emergenza interrompe le pigre giornate nel lusso, al sole, in piscina, serviti di ogni ben di Dio dal personale di servizio, in un resort a molte stelle. Nessuna esplosione urlata, solo una frattura apparentemente marginale, che si allarga sempre di più. Un processo che conferma l’abilità di Michel Franco, seduce e affascina come una marea lenta, ondate inesorabili che risvegliano il protagonista assopito (e noi che guardiamo), in un funereo ritratto sulla famiglia, sulle iprocrisie e gli insostenibili silenzi che la contraddistinguono.

Violenza e morte, sole e mare, in un film che non concede vie d’uscita, ritrova a metà strada le tematiche di Chronic e Nuevo Orden. L’individuo di fronte alle pressioni e i condizionamenti della società, qui in maniera indiretta, ponendolo di fronte a scelte che violano un tabù, superano la convenzione su quello che è giusto, addirittura etico. Liberatorio, seppure in maniera a tratti perversa, sicuramente manipolatoria. Necessita dell’accettazione, di una delega in bianco a un regista che ci conduce per mano, salvo poi non avvisarci di una buca o un pericolo incombente. Perversamente affascinante.

Ottimo protagonista è Tim Roth, che torna a lavorare con Michel Franco dopo Chronic. È capace di rendere almeno un minimo umano, o credibile, un personaggio decisamente complesso nella sua bidimensionalità cocciuta, di cui scopriamo con molta lentezza qualcosa in più, senza che sia mai lui a offrirsi alle persone che incontra, oltre che a noi che guardiamo. Sundown scotta, provoca macchie solari, senza possibilità di creme protettive. Ustiona. Prendere o lasciare.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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