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Ponyo sulla scogliera: il film di Hayao Miyazaki a cui voglio più bene

Tornano nei cinema italiani, dal 6 luglio al 30 agosto, i capolavori del grande maestro giapponese dell'animazione Hayao Miyazaki. A aprire la rassegna, Ponyo sulla scogliera, il film dello Studio Ghibli più amato da Federico Gironi, che qui ci spiega il perché di questo amore.

Ponyo sulla scogliera: il film di Hayao Miyazaki a cui voglio più bene

Non so dire quale sia il film più bello di Hayao Miyazaki, tutto sommato penso non sia nemmeno così importante che io la stabilisca. So però quale sia il film di Hayao Miyazaki a cui voglio più bene, e il film di Hayao Miyazaki e cui voglio più bene è Ponyo sulla scogliera.
Sì, più ancora che al Mio amico Totoro.
Credo che in questo mio legame affettivo con Ponyo ci possa entrare il fatto, per esempio, che - mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa - sia stato il primo film del grande regista giapponese che ho visto per la prima volta sul grande schermo (Festival di Venezia del 2008, con tutto il Lido che, dopo la visione, e per giorni, canticchiava ossessivamente la canzone dei titoli di coda).

Di sicuro c’entra il mare.
Perché Ponyo è un film sul mare, in senso geografico e in senso tematico. E perché di fronte al mare è tutto più bello. Sempre.
Se è vero che Jean-Claude Izzo diceva che “Di fronte al mare la felicità è un'idea semplice”, ricordo benissimo il mio sgomento, il mio disagio e il mio imbarazzo quando un importante scrittore italiano contemporaneo raccontava off record di come - faccio la parafrasi - per lui una camera vista mare o vista parcheggio erano sostanzialmente equivalenti.
Il mare, in Ponyo, fa sì che il film, fin dalle sue primissime scene, assuma un'aria quasi embrionale, da brodo primordiale, capace di portare indietro a recessi ancestrali dell’anima e al tempo stesso velocissimamente avanti verso un futuro vertiginoso e bellissimo. Non sarò io il primo a dire che esiste un parallelo ovvio tra le profondità marine e quelle del cosmo, e tra le creature degli abissi e gli alieni della nostra immaginazione.
La stessa Ponyo, nel suo percorso evolutivo che va di pari passo con quello dell’amico umano Sosuke, legittima una lettura simile, suppongo.

E poi, comunque, nelle mani sapienti di Miyazaki, il mare e la zona costiera, nel film destinate a sovrapporsi, per esorcizzare la catastrofe dello tsunami e guardare al futuro con speranza, diventano luoghi ancora più favolistici e fantastici. Anche grazie a un tratto delicato del disegno e a colori tenui e pastello che avvolgono, rassicurano, morbidi come acquerelli.
Diciamola tutta: io, la casa in cui vivono Sosuke e sua mamma, in cima al promontorio, affacciata sul mare, in fondo a quella strada tutta curve che sale da un paesino delizioso dove tutti si conoscono e tutti sono gentili, e che la mamma di Sosuke percorre a tutta velocità su una piccola utilitaria rosa che ricorda chiaramente la 500 gialla di Lupin III, e che ondeggia pericolosamente nello stesso modo sul ciglio del precipizio, io, in quella casa, sognerei di viverci.
Esattamente come sognerei di vivere nella casa alle Hawaii di Nani e Lilo di Lilo & Stitch, che dei classici Disney è quello a cui voglio più bene, e che è un film che - guarda un po’ - parla anche del mare e dello spazio, dai toni decisamente acquarellati.

A ben vedere, Ponyo e Lilo & Stitch parlano in fondo della stessa cosa. Parlano dell’amicizia tra due creature di mondi diversi che si vogliono bene immediatamente nonostante le loro differenze, e a dispetto di chi vorrebbe riassegnare rigidamente a ognuno dei due il suo posto pre assegnato in universi che non dovrebbero mai incontrarsi. Mi rendo conto che è un tema assai importante e attuale, mentre lo scrivo.
Entrambi i film, poi, parlano di crescita certo, e a tutto questo Miyazaki ha aggiunto anche un sottotesto ecologista che poi tanto sotto- non è, e che anche lui mi pare diciamo rilevante, ecco.

A Ponyo voglio bene perché - con Lilo & Stitch, appunto - è il film d’animazione che più volte ho visto e rivisto con le mie figlie, rivendendo l'una e l'altra di volta in volta, e alternativamente, in Ponyo e Sosuke, come nella piccola hawaiiana e nel suo amico alieno.
A Ponyo voglio bene perché è pieno di invenzioni visive straordiarie e tenerissime, perché Ponyo semi-umana, con quelle zampette da gallina, è tenerissima ed esilarante, ed esilarante, in senso diverso, è la sua corsa in cima ai cavalloni e ai pesci. A Ponyo voglio bene perché quella scodella di ramen con le uova e il prosciutto, di fronte a cui Ponyo poi si addormenta come si addormentavano un tempo le mie figlie, è invitante anche per me che il ramen non è che sia il mio piatto preferito.
A Ponyo voglio bene perché è una fiaba, una fiaba ad altezza bambino, che non fa tanta paura ma che avvolge dolcemente con la sua magia liquida.

Ma attenzione. Fiaba ad altezza bambino sì, ma non provate a dire che Ponyo sia tematicamente e visivamente meno complesso di altri film più adulti di Miyazaki, perché potrei arrabbiarmi.
Ecco, allora, a Ponyo voglio bene perché nella sua apparente semplicità è complesso e stratificato, capace di prestarsi a tante diverse letture rimanendo sempre leggibilissimo e diretto. Fidatevi, non è una cosa facile.

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