Nella mente di David Lynch: Eraserhead compie 40 anni

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Nella mente di David Lynch: Eraserhead compie 40 anni

Le idee sono simili a pesci. Se vuoi prendere un pesce piccolo, puoi restare nell’acqua bassa. Se invece vuoi prendere il pesce grosso, devi scendere in acque profonde. David Lynch, "Catching the Big Fish", 2006.

Eraserhead, che in Italia ebbe il sottotitolo cronenberghiano La mente che cancella, è uno di quei film di cui tutti parlano, come Freaks di Tod Browning, ma che pochi hanno visto, soprattutto su grande schermo. Era il 19 marzo 1977 quando il primo lungometraggio di David Lynch, giovane e geniale artista trentunenne da poco passato al cinema, arrivava di fronte al pubblico del Filmex Film Festival di Los Angeles. Chissà cosa avranno pensato, quei primi, sparuti spettatori (25 spettatori la prima sera, 24 la seconda) di fronte a quell’inquietante capolavoro surrealista in bianco e nero. Per fortuna Ben Barenholtz ne intuì le potenzialità di diventare un film di culto, ne curò la distribuzione e convinse il Cinema Village a programmarlo come Midnight Movie. Eraserhead restò così in cartellone per un anno, con un enorme successo di pubblico, per poi ripetere l’esperienza della mezzanotte a lunga tenitura a New York, San Francisco e di nuovo a Los Angeles. In Italia uscì nel 1982 e in quell’occasione lo vedemmo al cinema. Adesso, ovviamente, ne esiste una splendida edizione speciale in Blu-ray della Criterion che tra gli extra include anche un documentario di Lynch sulla lavorazione del film.

Il dietro le quinte lo conosciamo: nato come cortometraggio ma trasformato in lungo in cinque anni di faticosa lavorazione, grazie al contributo di amici come Jack Fisk e sua moglie, l'attrice Sissy Spacek, il protagonista Jack Nance e la moglie Catherine E. Coulson, la futura signora Ciocco di Twin Peaks, impiegata in vari ruoli nella produzione (la troupe era composta in tutto da cinque persone). E con lo stesso Lynch che, dovendo mantenere moglie e figlia, andava a consegnare giornali per arrotondare. Un film dunque girato a pezzi e bocconi, col protagonista costretto per anni a portare la stessa strana acconciatura e il regista che viveva sul set e dormiva nella location delle riprese, le ex stalle di proprietà dell’AFI. Un David Lynch in cerca di se stesso che in quel periodo scopre la meditazione trascendentale con cui riesce a placare la rabbia che ha dentro e che come racconta sfoga sulla moglie. Da poco, mentre ancora cerca la sua relazione professionale e artistica, è diventato padre di una bambina (Jennifer) che ha bisogno di essere più volte operata per una seria malformazione ai piedi e che, come tutti i neonati, piange moltissimo.

Forse per questo Eraserhead che è, con Velluto blu, il film più autobiografico di Lynch, esprime alla perfezione il senso di frustrazione e di inadeguatezza come giovane marito, padre e artista, provato all'epoca dal suo realizzatore, in un momento della sua vita tanto esaltante quanto terrorizzante. È una storia che pesca in acque davvero profonde, nei sogni, nell'incubi, in una parola nell'inconscio. E definirla ipnotica è dir poco. Dal momento che Eraserhead è un’esperienza da fare, non ci dilungheremo sulla “trama” né sui suoi bizzarri protagonisti, dall'infelice Henry Spencer dai capelli sparati verso l’alto e coi calzoni troppo corti, a tutta la famiglia X, dalla Signora nel radiatore a L'uomo nel pianeta, fino naturalmente alla mostruosa creatura la cui realizzazione Lynch non rivelerà mai (per noi qualcosa di organico c'è, azzarderemmo un coniglio spellato). Il fascino del paesaggio industriale, i soffitti bassi, la bellissima fotografia in bianco e nero di Frederick Helmes (subentrato dopo la morte di Herbert Cardwell), il continuo rumore di fondo, gli spermatozoi calpestati a ritmo di musica, le deformità… non è certo un caso se a questo debutto seguì Elephant Man.

Eraserhead è un incubo riuscito, un film che chi ha avuto la fortuna di vederlo non dimentica, un capolavoro d’arte moderna, tanto che nel 2004 è entrato nella lista dei film da conservare della Library of Congress. Tra disgusto e risata, ironia e angoscia, ci conduce in un mondo dove non siamo mai stati prima e di cui, invece di restarne schifati o impauriti, abbiamo subito voglia di continuare l'esplorazione. Pare che Stanley Kubrick abbia confessato al suo autore che era il suo film preferito e che l’abbia proiettato sul set di Shining per mettere gli attori nel giusto stato d’animo. Di sicuro la sua influenza, magari inconscia, traspare tra le opere dei registi più visionari dei nostri tempi, ma per fortuna è un film che non può essere riprodotto, replicato o rifatto perché nasce dalla mente unica, misteriosa e geniale di David Lynch.


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