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Anche gli zombie piangono, incontro con Zack Snyder su Army of the Dead

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In arrivo Army of the Dead su Netflix, un nuovo universo zombie ideato da Zack Snyder, con cui parliamo del suo ritorno in un immaginario ormai evoluto, con creature capaci di emozioni e addirittura di piangere, non solo di far provare paura.

Anche gli zombie piangono, incontro con Zack Snyder su Army of the Dead

Era il 2004 e Zack Snyder esordiva alla regia con L’alba dei morti viventi, la sua versione aggiornata al nuovo millennio della iconica avventura zombie di George Romero del 1978. Dopo anni di videoclip e spot pubblicitari, si apre per lui la carriera a Hollywood, dove ha concentrato la sua produzione negli adattamenti dai fumetti, con alcune importanti, anche se discusse incursioni nel mondo dei supereroi della DC Comics. In particolare Superman e Batman, in film come L’uomo d’acciaio (2013), Batman v Superman: Dawn of Justice (2016), oltre alla sua versione di Justice League, accolta con entusiasmo dagli appassionati appena pochi mesi fa.

Arriva ora una nuova avventura per Zack Snyder, che non casualmente lo riconnette proprio con l’esordio, con gli zombie movie: Army of the Dead sarà sulla piattaforma Netflix dal 21 maggio, prima incursione in un universo che sicuramente tornerà a frequentare presto. Un prequel, Army of Thieves, vedrà riuniti alcuni dei protagonisti del film.

Realizzato con un budget di 90 milioni di dollari, Army of the Dead è stato girato prima della pandemia, nella seconda metà del 2019, fra il Nex Mexico e Atlantic City, utilizzando un paio di casinò abbandonati per ricostruire Las Vegas. Snyder ha anche curato la fotografia del film, che racconta di un gruppo di mercenari assoldati dal capobanda Scott Ward (Dave Bautista) per derubare un casinò in una Las Vegas in piena quarantena, nel bel mezzo di un’epidemia di zombie.

“Non so se ci sono similitudini stilistiche particolari fra questo film e quelli di supereoeroi che ho fatto negli ultimi anni” ci ha detto Zack Snyder, nel corso di un incontro via zoom. “Ero molto interessato dalla decostruzione del genere, e in questo sono stato ispirato da miei lavori recenti come Justice League o Batman vs Superman. Spesso sono i film a importi il tono mentre li stai realizzando, sono magari i tempi serrati o l’uso del trucco a portare verso dei cambiamenti. Era molto chiaro per me che volevo raccontare una vicenda intima, anche se in un contesto spettacolare.”

Coma mantenere la natura spaventosa degli zombie, ma anche una inedita profondità emotiva, in particolare per gli alfa zombie?

Un aspetto era cruciale per me, sapevo che se il pubblico avesse provato simpatia, o almeno connessione emotiva verso gli zombie, allora il film sarebbe venuto bene. Nel genere di solito gli zombie sono come le previsioni del tempo, non hanno una coscienza o un cuore. Volevo provassero invece emozioni, li ho trattati in qualche modo come un branco di animali, lupi, tigri o leoni, nel senso che tra loro potevano essere empatici ma se li incontravi ti guardavano attraverso, non potevi appellarti alla loro umanità. Questo anche se osservandoli quando erano fra di loro ti davano una sensazione molto sociale, ma se diventavi una preda non avevi speranza di fuga. 

Cosa rende questo film differente e fresco rispetto ad altri film di zombie?

Fin dall’inizio volevamo rappresentare l’evoluzione degli zombie, dargli un nuovo aspetto onorando la tradizione degli shambler, insieme alla loro versione evoluta, gli alfa. L'essere un film orientato su una missione, e su un gruppo di persone riunite per portarla a termine, di fatto un film di rapina, lo allontanava dalla tradizione. Il mondo che abbiamo costruito prevede che se sei fuori da Las Vegas sei relativamente al sicuro, ma una volta che attraversi i confini sei nel loro mondo. In questo senso il concetto di una missione che prevede l’irruzione nel loro ambiente differenzia Army of the Dead dai classici film di zombie. L’ispirazione è venuta da Fuga da New York o il primo Pianeta delle scimmie, con avventure in un contesto in cui non sei certo in cima alla catena alimentare. Volevamo che gli alfa fossero molto performanti, sono amico da anni di alcuni stuntman fantastici che possono fare cose fisicamente incredibili e nel film hanno confermato anche di essere due bravi attori. Ci voleva molta emozione, nel film c’è uno zombie che piange, so che può sembrare folle da dire. La regina era una stunt-woman incredibile, con un aspetto fantastico con il trucco e il livello dell’impegno messo da tutti loro è stato pazzesco. Fa paura ma è anche sexy, non la vostra tipica zombie.

Un film di rapina in un contesto post apocalittico. In che modo ha assemblato questi tipi disperati che compongono il team?

È stato divertente. Per esempio c’è la figlia di Bautista, Kate, che si unisce all’ultimo momento non prevista e aveva in testa tutt’altra missione, e diventa un ostacolo. L’aspetto divertente del genere è poter e dover aggiungere variazioni all’ultimo momento, come il capobanda che sembra non ha niente da perdere, ma invece con la presenza della figlia le cose cambiano, ha tutto da perdere. Nel team ognuno ha le sue motivazioni, quasi tutte economiche, a parte Dieter lo scassinatore che vuole aprire il sacro Graal delle cassaforti e dei soldi non gliene frega niente. Gli manca solo quella nella sua carriera di scassinatore. La creazione della band è stata molto divertente ed è il cuore del film.

La storia di Army of the Dead è di quindici anni fa, come è evoluta in quella che ha effettivamente realizzato ora?

È cambiato un po’, ma non molto, dall’idea che ho avuto originariamente poi Shay Hatten e Joby Harold hanno scritto la sceneggiatura, la loro visione. Non gli ho neanche fatto vedere la sceneggiatura, gli ho solo parlato dell’idea lasciando che fossero loro a metterla su carta, il che ha reso la sceneggiatura davvero vicina a quello che stiamo vivendo ora. Scritta prima della pandemia, ma influenzata da quello che è successo in questi ultimi anni. La relazione di Scott con la figlia è cambiata perché è cambiato il mio rapporto con i miei figli. Una versione più filosofica di quanto fosse quindici anni fa.

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