Interviste Cinema

La città invisibile - parlano il regista e gli interpreti

La città invisibile, opera prima del giovane Giuseppe Tandoi (pugliese di nascita ma aquilano d’adozione) è forse il primo sforzo cinematografico che tenta di raccontare il terremoto in Abruzzo in una chiave che, senza dimenticare il dramma e i problemi, mira a utilizzare la chiave della commedia e della fiaba per dare un segno di spe...

La città invisibile - parlano il regista e gli interpreti

La città invisibile - parlano il regista e gli interpreti

Una cosa è certa: il mondo del cinema non è mai rimasto indifferente alla tragedia del terremoto che ha colpito l’Abruzzo nell’aprile del 2009 e alle tante difficoltà e polemiche che ne sono susseguite.
Ma La città invisibile, opera prima del giovane Giuseppe Tandoi (pugliese di nascita ma aquilano d’adozione) è forse il primo sforzo cinematografico che tenta di raccontare quegli eventi in una chiave che, senza dimenticare il dramma e i problemi, mira a utilizzare la chiave della commedia e della fiaba per dare un segno di speranza, di vitalità, di riscossa.
E sia i realizzatori che la distribuzione, la Iris Film, hanno voluto più volte ricordare che il 10% dell’incasso del film, su ogni tipo di piattaforma, verrà devoluto al restauro di una piccola chiesa dell’Aquila, Santa Maria degli Angeli.

“Si tratta di un film che ha uno sguardo giovane, di chi ha vissuto quel luogo e ha realmente vissuto quell’esperienza tragica,” ha esordito il responsabile della distribuzione. “Dopo film che hanno raccontato le problematiche politiche e tragiche del dopo terremoto, e noi ne abbiamo già distribuito uno come Sangue e  cemento, ecco un’opera che regala quello di cui la città ha bisogno: uno spunto vitale, nuovo. È il momento della ricostruzione, ora: e meglio se con i giovani.”

E giovane è Giuseppe Tandoi, alla sua opera prima, che ha lavorato con una troupe tutta under 35 (“con l’eccezione del gruppista”) e che ha così raccontato la genesi di questo progetto: “Io sono un aquilano d’adozione, prima del terremoto ero un film maker agli inizi e progettavo il mio esordio. Avevo deciso di vivere lì per raccontare quella splendida città che è l’Aquila, già prima del terremoto: il film cui stavo lavorando era un’opera in costume sui misteri che circondano la fondazione della città.
Come molti, ho vissuto quel momento terribile, che ci era stato in qualche modo annunciato ma che è stato sottovalutato: prepararsi è sempre difficile. Subito dopo il terremoto sono stato un mese in Puglia, mia terra d’origine, poi sono potuto rientrare, visto che casa mia è fortunatamente rimasta intatta.
I primi tempi ho avuto il rigetto nei confronti della città distrutta, ma poi con i miei amici abbiamo cercato di mettere le nostre risorse a disposizione della nostra città, presso la vera tendopoli di Padre Juan, personaggio che abbiamo ripreso nel film. E così è nata l’esigenza di raccontare quel che stava accadendo, in concomitanza con la realizzazione del mio sogno che era quello di fare cinema: volevo però raccontare la speranza, volevo tentare di far ritrovare la felicità di essere vivi e di ritornare alla vita.
Volevo che il mio film vivesse realmente nella tendopoli assieme alle persone che ho incontrato. Abbiamo girato lì, accolti dalla comunità della tendopoli, a cui abbiamo chiesto il permesso e raccontato il progetto, anche se molti interni li abbiamo ricostruiti a Roma. Non avevo ambizione di fare un film verità, ma di girare una fiaba ispirata alle storie vere con le quali ero entrato in contatto. Era anche importante per me raccontare un evento importante come quello della Perdonanza.”
E da segnalare che La città invisibile debutterà a L’Aquila solo a fine agosto,  proprio in concomitanza con quella che è la festa più importante della città, alla fine di agosto.

Tandoi ha poi tenuto a precisare che il suo film, appunto “una fiaba”, non vuole assolutamente avere connotazioni politiche o entrare nel coro delle tante polemiche sulla ricostruzione: “Non siamo il contraltare di Draquila. A me il film della Guzzanti è piaciuto. Ma manca la speranza, che era la cosa che mi interessava di più. Certo, La città invisibile alla fine dice che le tendopoli sono state smontate, e questo è un fatto, non un’assoluzione. Ma la città è ancora lì in attesa di essere ricostruita e rivissuta. Le cose vanno riprese in prima persona, come ha fatto il popolo delle carriole, come nella scena del film in cui ci si va a riprendere una campana. Le proteste degli aquilani non hanno matrice politica: vogliono sono riprendersi la loro città e le loro case.”

D’accordo con il loro regista, sulla parola d’ordine che è “speranza” e sulla volontà di tenersi fuori dal gioco delle speculazione politiche anche i due suoi interpreti presenti, Roberta Scardola e Nicola Nocella.
“Io ero già all’Aquila quando ho saputo del film e ho fatto il provino,” ricorda la Scardola, “e vedevo intorno a me ragazzi senza più alcuna speranza, senza più voglia di vivere. E temevo questo potesse essere un film che indugiava sul tragico, accorgendosi poi che invece era carico di quella tensione al futuro che è necessaria più di ogni altra cosa. E prima di accettare la parte mi sono consultata con molti ragazzi delle tendopoli che avevo conosciuto: ho avuto il loro appoggio, mi ha dato l’entusiasmo per accettare.”

“Giuseppe è prima di tutto un amico,” esordisce invece Nocella, “nonostante siamo conterranei l’ho conosciuto solo cinque anni fa, a Roma, per un corto. Ed è stato il primo a pagarmi per un lavoro: quindi gli dovevo riconoscenza. Mi ha chiamato e mi ha convinto a fare il film nonostante avessi altri impegni: perché c’era tanta speranza e per il ruolo, che lui mi aveva scritto addosso. Sapevo che mi avrebbe divertito interpretare un ruolo così, esplicitamente alla John Belushi, ma anche vero, perché il vero Remo esiste.
Una volta all’Aquila mi sono letteralmente spaventato vedendo che tutta la tendopoli era dalla nostra parte nonostante i disagi di avere un troupe cinematografica tra i piedi. Quando ho visto Draquila (che per me è meraviglioso) mi sono molto incazzato: ma la speranza che raccontiamo noi è necessaria. È necessaria alle persone che stanno ancora lì.”
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