Interviste Cinema

In un giorno la fine, l'apocalisse zombie a Roma raccontata da Alessandro Roja e Daniele Misischia

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Si scatena l'inferno quando un arrogante uomo d'affari rimane chiuso in ascensore.

In un giorno la fine, l'apocalisse zombie a Roma raccontata da Alessandro Roja e Daniele Misischia

In questi ultimi anni a Roma abbiamo visto di tutto, e che la Città Eterna sia teatro di un'apocalisse zombie alla fine non sorprende più di tanto.
Se la battuta è facile, meno facile è che il nostro cinema proponga prodotti di genere in grado di esulare dal velleitarismo dilettantesco, e di avere un'idea chiara e precisa, nonché efficace, di quello che si vuole raccontare.
Prima ancora di sbarcare alla Festa del Cinema di Roma, In un giorno la fine era stato presentato, in agosto, al FrightFest di Londra, a testimoniare come il film di Daniele Misischia - prodotto dai Manetti Bros. - abbia una solidità maggiore rispetto a quanto siamo abituati a vedere.
Protagonista assoluto delle vicende è Alessandro Roja, nei panni di Claudio Verona, uomo d'affari presentato come persona non particolarmente simpatica che, recandosi a un importante appuntamento di lavoro, rimane bloccato nell'ascensore del suo ufficio, tra due piani. E come se questo non bastasse, si accorge piano piano che in tutta la città, e anche in quell'edificio, si sta scatenando qualcosa di terribile e catastrofico. E tutto il film è ambientato dentro quell'ascensore, le cui porte Verona riesce ad aprire quel tanto che basta per vedere l'esterno, ma non per poter uscire. E, per sua fortuna, nemmeno per permettere a qualcuno di entrare.

"La nostra idea era quella di riuscire a raccontare una storia molto ampia chiudendola tra quattro mura," spiega Misischia. "E certamente questo ci ha reso le cose più facili dal punto di vista produttivo. Ma da questa situazione è nata anche una sfida narrativa che a me e al co-sceneggiatore Cristiano Ciccotti divertiva molto."
E si è divertito molto, a recitare in questo film, anche Roja: "È stata un'esperienza che mi ha riconciliato col mio lavoro," racconta l'attore, "che mi ha riportato agli elementi base del mio mestiere. Un'esperienza divertentissima ma intensa, perché sono rimasto chiuso davvero in quell'ascensore, nel teatro di posa dove lavoravamo, per l'85% della giornata, uscendo solo per andare al bagno e per mangiare qualcosa. E poi Daniele mi terrorizzava davvero, non sapevo mai con precisione quando gli zombie mi si sarebbero parati davanti, e sul set venivano suonate di continuo colonne sonore di film horror per creare l'atmosfera. Soprattutto quella di La cosa di Carpenter. Giravamo ininterrottamente per trovare la chiave giusta e le emozioni giuste."

Chiuso in ascensore, il personaggio di Roja "vede piano piano andare distrutto il suo mondo e i suoi riferimenti", e deve recuperare l'umanità che ha perso nella vita di tutti i giorni.
"Ho pensato prima al genere, e al divertimento, e solo dopo al tema che questo film poteva avere," spiega Misischia. "Ma un tema indubbiamente c'è, ed è legato a un discorso umano più che politico. Per me lo zombie, che poi qui è semplicemente l'infetto, è il simbolo della perdita dell'umanità che sperimentiamo al giorno d'oggi."
"Mi fa piacere se questo discorso risulti evidente a chi vede il film," prosegue Roja, "perché era proprio quello che cercavamo di raccontare. Come attore, mi ha aiutato molto girare cronologicamente, perché volevo attaccarmi veramente a quello che succede mano mano, quello che accade quando si perde la normalità delle cose, degli amori, perché è spesso di fronte alle difficoltà grandi che ti fermi e fai un punto della tua vita, rimettendo le cose in prospettiva nella loro vera importanza. È un discorso sociale, ma anche umano. Se non ci spaventiamo più di quello che vediamo normalmente attorno a noi, è un problema."

Anche per questo, il Claudio Verona di In un giorno la fine rimane una persona normale, e non si tramuta improvvisamente in un eroe d'azione come in tanti film.
"Claudio è goffo, cade, si terrorizza," dice Roja. "E quando finalmente riesce a incontrare un altro sano come lui, gli si aggrappa disperatamente, perché tutto quello che vuole è essere salvato," gli fa eco il regista, che cita Carpenter, Raimi e Romero, ma anche Hitchcock come principali riferimenti, assieme a film claustrofobici come In linea con l'assassino. "O anche Locke," aggiunge il suo attore.

Se In un giorno la fine ha poi un finale sospeso e ambiguo, per Misischia è "perché comunque volevamo ribadire che dal quel momento in avanti nulla sarà comunque come prima, perché se la vicenda di Claudio sembra in qualche modo risolta, vediamo comunque attorno a lui una Roma devastata. Poi certo, un film così potrebbe anche avere un seguito."
"Dal mio punto di vista egoistico, mi piacerebbe che la storia continuasse," dice Roja. "La mia fantasia pornografica è che non è finito niente, e che in un sequel Claudio si possa trovare a correre braccato da orde di infetti. Io," ride, "ripensando a quel finale, non mi sentivo per niente tratto in salvo."

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