Il re non è mai pronto ad abdicare, la recensione di Speravo de morì prima

17 marzo 2021
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Gli ultimi diciotto mesi della carriera di Francesco Totti, prima dell'abitazione dell'ottavo re di Roma, sono al centro di una serie, Speravo de morì prima, che utilizza la commedia per raccontare i tormenti di un’anima fragile spaventata dalla perdita del suo trono.

Il re non è mai pronto ad abdicare, la recensione di Speravo de morì prima

"La verità è che non sei mai pronto."
Lui non era pronto, l'hanno fatto ritirare, ma lo sarebbe stato mai?

I tormenti di un campione dello sport, Francesco Totti, negli ultimi diciotto mesi della sua carriera, cercando di compiere la scelta più difficile, come uscire di scena, sono al centro della mini serie televisiva in sei episodi, Speravo de morì prima, proposta da Sky Original, tratta dal libro Un capitano di Totti stesso insieme a Paolo Condò, scritta da Stefano Bises, Michele Astori e Maurizio Careddu e diretta da Luca Ribuoli.

"La serie su Francesco Totti", così viene definita senza troppi giri di parole. È stato Pietro Castellitto, romanista di nascita e cresciuto con il poster in camera, a interpretarlo, a gettarsi senza rete nel Colosseo gremito di tifosi accaniti. Pollice alto, diciamolo subito, è la nostra ‘sentenza', con la somiglianza che viene lasciata saggiamente in secondo piano, privilegiando il rispetto della maschera romana, dell'indole caustica eppure fragile del capitano. Con qualche salto indietro nel tempo, a scandire alcune tappe cruciali della sua vita, la serie mette in primo piano la semplicità autoironica, molto romana e talvolta capricciosa, come quella di un ragazzo cresciuto troppo in fretta.

Invece dell'epica, tronfio e unico linguaggio con cui per decenni è stato raccontato il calcio in Italia, Speravo de morì prima si affida all'unico genere capace di ridare distanza a eventi così vicini nel tempo, la commedia, riportando le vicende alla sua dimensione di gioco. Quella commedia che, per i tempi che richiede e la complessità dei suoi schemi, è il genere più vicino al gioco di squadra. Una chiave con cui entrare nella vita privata di Totti, e della coppia reale, servendosi poi di variazioni sul tema: dal melodramma al western, passando per il dramma e l'epica. Un'Ironia e disincanto che sono quelli popolari del pupone, la strafottenza romana, la verace umanità di un calcio in cui persiste l'odore di cuoio e di sudore, con il cucchiaio da bulletto contro la precisione inamidata e le esultanze a fin di social.

Emerge la fragilità del Totti uomo, al di fuori del campo da calcio privo di punti di riferimento, impossibilitato anche a godersi Roma, la città di cui era stato acclamato ottavo re, incapace di approcciare una ragazza, perché ormai "sono loro che mi rimorchiano", spodestato delle armi (o dei luoghi comuni) del calciatore. Dentro le mura di casa rimane l'anima fragile di un Re Lear incapace di abdicare, ossessionata dai pensieri, dai ricordi di infanzia, magari legati a quando ancora viveva una cosiddetta normalità. Lui, che per oltre un quarto di secolo - tutta la sua vita adulta- ha comunicato e si è espresso sempre sul campo, al massimo lanciando messaggi sotto la maglietta, ora a 40 anni deve rinascere, accettando ed elaborando la sua morte sportiva. Deve prepararsi a quel vero funerale pubblico che è stata la cerimonia di addio al calcio nel suo Olimpico. Il calciatore è un eterno adolescente per definizione, dalla carriera breve che gli ruba la giovinezza e lo lascia andare ormai uomo, ma privato del suo principale talento, del suo potere da supereroe. A questo punto deve crescere di nuovo, imparare a (ri)conoscersi.

L'antagonista della sua ultima avventura nel calcio è un nemico interno, Luciano Spalletti, proprio l'allenatore che l'aveva coccolato un decennio prima e ora, tradito, si vendica a modo suo, con autolesionismo, forse un pizzico di umana gelosia, in uno scontro di fragilità, fra ironia toscana e humor romanesco. Ma l'antagonista vero rimane il tempo, i 40 anni che sembravano tantissimi quando da ragazzino era stato il padre a festeggiarli, mentre ora sembrano due volte venti. "Il tempo e il mister non erano svaniti, si erano messi d'accordo", come dice un sempre più sconfortato Totti, affiancato dall'adorazione del suo scudiero più giovane, De Rossi, eterno delfino, e dalle apparizioni di Antonio Cassano, prima diavolo tentatore poi saggio rappresentante di ‘tutti quelli che ti hanno amato'. 

Un inizio esplosivo, che poi lascia spazio al melò e alla malinconia sulla difficile rassegnazione allo scorrere del tempo del protagonista, fra l'amore per i figli che crescono, con il maschio che ripercorre le sue orme sui campi da calcio, e la figura saggia e ironica di Ilary Blasi, matura e disincantata, senza paura di porre Totti di fronte alle sue contraddizioni, rimanendo sempre al suo fianco. 

Speravo de morì prima è lo svelamento sincero di un re ormai nudo, pronto a esporsi nelle sue fragilità, rivendicando la sua maschera da commedia popolare romanesca, alla ricerca di una nuova dimensione pubblica in cui esprimersi, dopo aver abbandonato il calcio, dimostrando come in fondo rimanga ancora, nonostante tutto, l'ottavo re di Roma.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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