La mafia uccide solo d'estate - La serie TV: abbiamo visto la prima puntata!

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La mafia uccide solo d'estate - La serie TV: abbiamo visto la prima puntata!

Le serie tv diventano film, come accade nel tentacolare paese di Donald Trump, e i film si trasformano in serie tv, come è avvenuto con Romanzo Criminale, Gomorra e come sta per succedere con La mafia uccide solo d’estate, che spalma in sei serate (a partire dal 21 novembre) una storia di Cosa Nostra ispirata al primo fortunatissimo lungometraggio di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif.

Questa mattina, al Cinema Barberini di Roma, ne abbiamo avuto un piccolo assaggio, ma sono bastati due episodi a farci capire che la fiction - che è prodotta da Rai Fiction e Wildside - conserva la carica eversiva e rivoluzionaria dell’opera di partenza, così come lo sguardo incantato ma vigile e la medesima ironia. Il racconto si snoda lungo tutto il 1979 e il punto di vista è quello del bambino Salvatore Giammarresi, ultimo nato di una famiglia di brave persone che loro malgrado entrano in contatto con la mafia. Sostenuta da un attento e scrupoloso lavoro di scrittura, La mafia uccide solo d’estate - La serie è insieme racconto di formazione, commedia e racconto civile. A renderla variegata e a dare vivacità a un microcosmo squisitamente palermitano che non si rinchiude in camere, cucine e scuole, non è solo la regia incisiva e mossa di Luca Ribuoli, ma anche la verve degli interpreti, che sono (oltre al piccolo Eduardo Buscetta), Claudio Gioè, Anna Foglietta e Francesco Scianna, per citare soltanto alcuni nomi. C’erano tutti alla conferenza stampa che ha seguito la proiezione e che ha avuto come maestro di cerimonie lo stesso Pif.

"Sono molto contento, eccitato, commosso" - ha detto l’attore-regista, che poi è la voce narrante della serie. "Sono felice ‘da un punto di vista partigiano’, perché per me la lotta alla mafia è la lotta per la libertà e quindi vedo questa fiction come una forma di battaglia, di guerra, e il fatto che Rai 1, l’ammiraglia, mandi in onda una serie così, senza ipocrisie e dove vomitiamo il marcio di questa nazione, dove non ci sono né i cattivi-cattivi né i buoni-buoni, e dove si parla di un paese in cui non abbiamo vissuto ma siamo sopravvissuti, è magnifico e mi inorgoglisce. Qui si mostrano la mia infanzia, la mia città, la nostra rassegnazione dell’epoca. Raccontare queste persone realmente esistite mostrandole mentre prendono un caffè al bar e non mentre lavorano – e quindi nella più assoluta normalità - significa parlare la lingua della verità. Le vittime illustri della mafia, in fondo, sono state ammazzate mentre facevano cose normali".

Convinto che per fermare la mafia non sia necessario essere Giovanni Falcone e che la maniera migliore per “provocare” i boss di Cosa Nostra sia ridere di persone che per definizione non hanno il senso dell’umorismo, Pif continua a non volersi spingere fino ai nostri giorni, epoca disturbante in cui la mafia è nei colletti bianchi e nelle banche: "Per capire la mafia di oggi credo sia necessario partire dalle origini. Purtroppo quella storia là non ce l’hanno mai raccontata veramente. Il film di mafia, se ci pensate, finisce con Peppino Impastato. Che succede dopo? Ecco il nostro punto di partenza. I miei amici ed io abbiamo avuto un’adolescenza protetta, eravamo tranquilli, io lavoravo per la cronaca nera del giornalino della scuola e ricordo tanti morti ammazzati, ma sembrava non mi riguardassero. Poi nel ’92 mi sono svegliato, insieme a buona pare della Sicilia. Tornando alla serie, mi riconosco nel padre di famiglia interpretato da Claudio e nella sua rettitudine. Mi ha ricordato quando da bambino compravo il biglietto dell’autobus. Tutti mi prendevano in giro".

Del bravo e in fondo tenero Lorenzo Giammarresi, parla anche Gioè, che ha già partecipato a una storia di Mafia, anche se al cinema. Parliamo de I cento passi, film di cui Pif è stato aiuto-regista: "Il mio personaggio è lo sguardo dell’uomo comune di fronte a questi grandi eventi della storia. La cosa interessate era capire come dare voce a quella maggioranza di palermitani che in tutti questi anni sono rimasti nella loro città un po’ per convenienza e un po’ perché non volevano sacrificare la propria esistenza, persone per bene che poi hanno avuto il coraggio di trasmettere valori sani ai propri figli, fino a far sbocciare la cosiddetta primavera palermitana".

A interpretare la mamma di Salvatore è Anna Foglietta, che padroneggia perfettamente l’accento siciliano. L’attrice ha molto amato il personaggio che le è stato affidato: "Pia è una donna moderna, potrebbe appartenere anche al 2015, infondo è un’insegnante precaria proprio come la protagonista del film di Edoardo Leo. La amo perché lotta per l’affermazione di se stessa e contro chi tenta di affibbiarle esclusivamente i ruoli di madre e di moglie. Pia ha un grande temperamento e potrebbe essere di ispirazione per le donne che oggi pensano di non potercela fare".

Il personaggio più buffo della serie La mafia uccide solo d’estate - La serie è Massimo, zio di Salvatore e fratello di Pia. Ha il volto di Francesco Scianna, che chiude l’incontro con i giornalisti dicendo: "Massimo è un personaggio molto sfaccettato perché inizialmente crede di possedere le carte giuste per farcela nella società, dicendo che la mafia non esiste e cercando di essere il migliore zio del mondo, però poi quando la mafia lo tira dentro, si scontra con una realtà diversa da quella che aveva immaginato. Pe me la bellezza del lavoro è stata poter fare per la prima volta una commedia. La forza di questa serie, però, aldilà dell’ironia che la caratterizza, sta nel suo linguaggio nuovo, che è il linguaggio del grottesco. Il grottesco aiuta a non cadere nella trappola di subire la fascinazione del male".



Carola Proto
  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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