La regina degli scacchi: Recensione della miniserie di Netflix

04 novembre 2020
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Una bravissima Anya Taylor-Joy è la regina incontrastata della miniserie di Scott Frank tratta dal romanzo omonimo di Walter Trevis. Un racconto di formazione particolare, affascinante ed elegante, rigoroso e ingegnoso, dove la parola chiave è sempre una: talento.

La regina degli scacchi: Recensione della miniserie di Netflix

Nella sesta delle sette puntate che compongono La regina degli scacchi, miniserie targata Netflix tratta dall’omonimo romanzo di Walter Tevis, il personaggio di Benny Watts, prima rivale e poi amico e sparring partner della protagonista Beth Harmon, le dice: “Hai già molto più di quel che hanno loro. E qualcosa che nessuno di loro ha: talento.”
In fondo, e in estrema sintesi, La regina degli scacchi è la storia affascinante di una ragazza dotata di quel che pochissime persone hanno, e che moltissime sognerebbero di avere: un grande talento.
Solo che, lo sappiamo bene tutti, la gestione del talento può essere difficile. Un talento può essere sprecato; può diventare un peso insostenibile; va gestito faticosamente, coltivato e indirizzato giorno dopo giorno.
Che poi, come maliziosamente fa notare una giornalista di Life che intervista Beth nelle fasi iniziali della sua folgorante carriera di scacchista, “creatività e psicosi vanno spesso a braccetto. O genio e follia, se è per questo.”
Anche questo lo sappiamo bene tutti, e cinema e tv spesso hanno esplorato quel sottile crinale che divide in due le menti più brillanti.

La regina degli scacchi: quello che è e quello che non è

La regina degli scacchi, però, si definisce anche e forse soprattutto attraverso ciò che non è: e di certo non è la solita storia del genio tormentato che sprofonda nel baratro della follia. Certo, racconta anche della difficoltà di Beth a gestire il suo rapporto con alcool e psicofarmaci, ma senza mai calcare troppo la mano, e senza soprattutto far sì che quel conflitto interiore della protagonista diventi il cuore di tutto il racconto.
Allo stesso modo, la serie scritta e diretta da Scott Frank non si fa prendere dalla tentazione di tramutare il romanzo di Trevis in un racconto che strizza l’occhio in maniera ostentata e ruffiana al pubblico ossessionato da femminismo e questioni di genere: che Beth sia una ragazza, e che entri a gamba tesa in un mondo esclusivamente maschile è sicuramente importante (“le ragazze non giocano a scacchi,” dice alla Beth novenne colui che per primo le insegnerà il gioco, il signor Shaibel, custode dell’orfanotrofio dove viene trasferita alla morte della madre), ma mai trasformato in rivendicazione esemplare. Tanto più che Beth non incontra resistenza o ostilità per via del suo genere sessuale.
Se pure lo fosse, la sua indifferenza al problema delle differenze di genere, la sicurezza nei suoi mezzi e la fiducia nella livella democratica della scacchiera, l’avrebbero protetta e sostenuta. “Direi che è molto più facile giocare a scacchi senza il fardello di un pomo d’Adamo,” risponde a una giornalista che solleva la questione. Colpita e affondata. Più femminista di così La regina degli scacchi non potrebbe essere.

La regina degli scacchi: il trailer ufficiale

Scott Frank, Steven Soderbergh, Marielle Heller e Mad Men

Scott Frank è un pupillo di Steven Soderbergh. Per lui ha scritto Out of Sight, ma ha anche firmato i copioni di Minority Report, The Interpreter e Logan, giusto per fare qualche titolo. Ha diretto due film, Sguardo nel vuoto e La preda perfetta, e creato (con lo zampino di Soderbergh) la serie tv western Godless. Ma La regina degli scacchi pare, a oggi, il suo lavoro migliore.
Consapevole della forza del testo di Trevis, Frank evita ogni stravolgimento o voglia di personalizzare in maniera eccessiva: la differenza più evidente sta nel fatto che Beth è nella serie assai più avvenente di come non fosse descritta nel libro, e la sua passione per gli abiti eleganti è una diretta conseguenza di questa scelta che si riflette inevitabilmente nella messa in scena e nel decor anni Sessanta, che fanno della Regina degli scacchi una sorta di versione al femminile di Mad Men.
Frank rimane fedele al testo, alla sua storia, e soprattutto ai suoi personaggi, riuscendo a dare a tutti spessore e profondità. Il mio preferito, anche per le pochissime parole che pronuncia, è proprio il signor Shaibel (un bravissimo Bill Camp, caratterista mai abbastanza celebrato), che dietro ai silenzi nasconde lo stupore, la fierezza e l’affetto per quella ragazzina prodigio degli scacchi; ma anche Alma, madre adottiva di Beth, interpretata da Marielle Heller, è una figura notevole, capace di passare attraverso numerose fasi di trasformazione senza perdere in interesse o coerenza.

Anya Taylor-Joy, regina della scacchiera

Poi, certo: parlando di personaggi, non si può non sottolineare come questa sia la serie di Beth Harmon, e quindi di Anya Taylor-Joy, che la domina con la stessa spavalda sicurezza e le stesse improvvise fragilità che il suo personaggio mostra davanti alla scacchiera, o nel più complesso scenario della sua vita al di fuori di essa.
Di Anya Taylor-Joy, in particolare, colpisce la compostezza, e la capacità di far passare tutto ciò che deve passare - e che non è affatto poco - dagli occhi, dallo sguardo, da piccoli gesti controllati e impercettibili. Occhi grandi, distanti, vagamente alieni; che saettano, che s’illuminano di allegria, desiderio, malizia o furbizia, o che vengono improvvisamente velati dalla tristezza, dalla nostalgia, dal ricordo, dalla paura o dalla rabbia. Una rabbia che è “una spezia potente: un pizzico ti dà una svegliata, ma troppa ottunde i tuoi sensi,” come ricorda a Beth l’Harry Beltick di Harry Melling, altro personaggio niente male.

Gli altri pezzi del gioco

Se Anya Taylor-Joy e la sua Beth sono il centro attorno al quale tutto ruota, nella Regina degli scacchi, Frank non commette l’errore di annullare in lei il mondo che racconta. La sua macchina da presa la abbandona raramente, certo, ma non dimentica mai di rivolgersi anche altrove, di spiegare gli spazi fisici ed emotivi che la circondano e che attraversa, e le persone che incontra lungo la sua strada, e che la sosterranno fino alla fine anche quando sembrano svanire, o non farlo. Se Beth è la regina indiscussa della scacchiera e del racconto, gli altri personaggi sono re, torri, cavalli, alfieri e pedoni: funzionali al meccanismo, specchio della protagonista, indispensabili al dispiegamento della tattica narrativa.
In tutta la rigorosa precisione e l’ordinato ingegno che gli scacchi sembrano imporre a Frank, il regista trova il modo di muovere la sua macchina da presa in maniera più elaborata ed elegante di quanto non avvenga in molte serie televisive, dando così alla Regina degli scacchi un aspetto visivamente molto più cinematografico della media.

Dagli scacchi al racconto: tutto in funzione del talento

Passione o competenza in ambito scacchistico non sono affatto richieste allo spettatore. Nonostante le tante discussioni su aperture, tattiche e chiusure, e le ancor più numerose scene ambientate di fronte a una scacchiera, non si sente mai la fatica o il fastidio di stare appresso a un sapere così specifico. Certe discussioni diventano anzi familiari, e non appesantiscono mai il cuore del racconto. Lo circoscrivono e lo riempiono, ma non l’ostacolano. Anzi, lo sostengono.
Ancora una volta, La regina degli scacchi si definisce, paradossalmente, attraverso ciò che non è, a dispetto delle apparenze. E non è una serie sugli scacchi.
Ma l’equilibrio, il ragionamento, la capacità di calibrare ogni mossa con un disegno di elegante precisione, e di prevedere le reazioni (non di un avversario ma degli spettatori) sono i segreti della riuscita delle serie di Frank.


Quello, e la capacità di non soffocare ma anzi di far emergere, dall’eleganza di costumi e scenari, dai tatticismi scacchistici, dagli eccessi autodistruttivi come dalle imposizioni di autodisciplina, ciò che La regina degli scacchi è davvero: un racconto di formazione. Il racconto di una ragazza piena di problemi e insicurezze ma con uno straordinario talento, che con l’aiuto di tante persone, e del suo stesso carattere, riuscirà a realizzare i suoi sogni e a farsi largo nella vita, conoscendo successi e insuccessi, gioie e dolori, alti e bassi, amici e amanti.
Un racconto caldo e coinvolgente, così credibile da sembrare una storia vera, e che invece è meravigliosamente frutto della fantasia umana. Perché, ammettiamolo: non c’è niente di più bello di vedere il talento utilizzato come si deve.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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