Christian, la recensione della serie tv con Edoardo Pesce

28 gennaio 2022
3,5 di 5
9

Debutta venerdì 28 gennaio su Sky e NOW una nuova serie Sky Original, ispirata da un graphic novel di Claudio Piersanti e Lorenzo Mattotti, che vede l'attore romano nel ruolo di un delinquente di periferia cui all'improvviso appaiono stimmate sulle mani che solitamente usa per menare.

Christian, la recensione della serie tv con Edoardo Pesce

Christian è nato e cresciuto tra i palazzoni grigi e gli asfalti e i pratoni di Città-Palazzo, ipotetica e concretissima periferia romana nata dall'unione ideale del Corviale e di Vigne Nuove, ma anche dall'idea e dalla realtà di tante altre zone dove, negli enormi condomini di cemento, si annidano spesso disperazioni, dipendenze, violenza e crimine. È sempre stato lì, in uno di quei quartieri - per dirla con un personaggio della serie - un po' difficili, ma dove te la puoi cavare se impari a farti i cazzi tuoi.
O se, come Christian, lavori per un boss. Per il boss. Lino. Per quello che per la Città-Palazzo è un re, un re che regna con la paura e il terrore, e l'umiliazione, e la violenza. La violenza dei suoi sgherri. La violenza di Christian.
Solo che a un certo punto sulle mani di Christian, su quelle mani che usa per tirare sberle e cazzotti, e spaccare braccia e gambe, compaiono delle stimmate. Solo che a un certo punto, quelle mani segnate, toccano una tossica in overdose, morta, e questa si riprende, resuscita, e nella sua nuova vita non si fa nemmeno più.
Solo che Christian, a un certo punto, capisce che al posto della disperazione e della paura, a Città-Palazzo, potrebbe esserci la speranza. E il bene al posto del male. E che lui, forse, chissà, potrebbe essere un nuovo re.

Attenzione però: perché Christian - intesa come serie, non come personaggio - non è né così semplice, narrativamente parlando, né tantomeno così facilmente manicheo quando si tratta di bene e di male.
Perché Christian (il personaggio, non la serie) mica è così sicuro di quel che può e vuole fare col suo dono, e Lino - che pure ne beneficia, per così dire - mica ha tanta simpatia per questo nuovo Christian, che pure per lui è stato qualcosa a metà tra un fratello e un figlio, per una vita.
Perché attorno a Christian si muovono tanti altri personaggi, ognuno con la sua storia, il suo passato e la sua idea di futuro: sua madre Itala, l'ex tossica Rachele, Davide il figlio di Lino.
E poi, e forse soprattutto, perché personaggi di gran fascino, Tomei, ufficialmente veterinario, in realtà misterioso e indecifrabile medico personale della banda di Lino; e Matteo, postulatore del Vaticano che, miracolato da bambino, ha dedicato la vita a stanare quelli che approfittano della fede dell'ingenuità e del bisogno altrui spacciandosi quel che non sono, e che vede in Christian uno di questi opportunisti.

Christian

Di materiale ce n'è tanto, insomma. Tanto e interessante. Tanto, interessante e ben gestito.
E tanto per cominciare, al team creativo di Christian - che comprende Stefano Lodovichi in veste di showrunner e regista, Roberto Saku Cinardi come ideatore, regista e autore del soggetto di serie con Valerio Cilio ed Enrico Audenino, e gli sceneggiatori Audenino, Cilio, Renato Sannio e Patrizia Dellea - va riconosciuto di esser stati capaci di creare un mondo narrativo curato e affascinante, e popolato da personaggi che funzionano, mai banali o stereotipati anche quando svolgono una ben precisa funzione narrativa. Personaggi che appartengono tutti al mondo di Christan, ma che hanno, tutti o quasi tutti, un loro microcosmo ben riconoscibile (anche sul piano dell'immagine), sebbene siano spesso ammantati di ambiguità e mistero.
Ecco, l'ambiguità e il mistero. La sfumatura. La mescolanza tra elementi opposti, luci e ombre, bene e male, esplicito e implicito. Perfino Dio e il Diavolo. Questo sta alla base di tutto, in Christian. Sempre. Dall'inizio alla fine. Quella fine in cui, senza entrare nel dettaglio, qualcuno, davanti a una carbonara, dice "non è mica così facile", quando si tratta di distinguere chiaramente cosa sia davvero cosa.
E forse, a ben vedere, niente in Christian è davvero quello che sembra, o forse invece è esattamente quello che sembra.

Christian

Nemmeno quelli che sono chiari rimandi al cinema e alle serie che già conoscevamo, o magari alla drammaturgia classica per eccellenza, quella shakespeariana, sono mai esattamente quello che sembrano.
Perché Christian evoca a tratti dialoghi tarantiniani, suggestioni sorrentiniane (anche nel racconto dei misteri vaticani esplorati dal personaggio di Matteo), riverberi di Ammaniti (e non solo quello del Miracolo), echi garroniani, eppure non è mai esattamente quella cosa lì, ed è capace di emanciparsi dai modelli, mescolarli in maniera imprevedibile, così come la cupezza si mescola costantemente all'ironia, a un'ironia spietata e dolce al tempo stesso, profondamente romana, anzi romanesca, in una serie che darà nuovamente da ridire a chi è stanco di un'inflessione che però qui è fondamentale.

Christian

Fondamentale, in Christian, è anche Edoardo Pesce. Che in Fortunata e Dogman era bravo da far paura, e faceva paura, mentre qui è bravo anche quando non fa paura, perché il suo Christian, alla fine, è assai meno oscuro di quei personaggi lì.
Fondamentale il resto del cast, messo assieme con grande intelligenza: perché non è cosa comunissima che gli interpreti di una serie siano tutti azzeccati, e tutti bravi. Francesco Colella nei panni di Tomei (personaggio che meriterebbe una origin story, o uno spin-off), Giordano De Plano in quelli di Lino, Antonio Bannò in quelli di Davide o Silvia D'Amico in quelli di Rachele, giusto per fare una manciata di nomi, sono dei valori aggiunti a quello della serie in sé.
Così come lo sono la cura dei vari reparti tecnici, con una nota di merito che va al montaggio di Roberto Di Tanna, incaricato della non facile gestione di tante diverse linee narrative, ognuna con il suo stile e i suoi tempi peculiari, e dei piani temporali.

Christian

Resta da chiedersi cosa spinga, oggi, la serialità italiana a occuparsi di Madonne che lacrimano sangue o di delinquenti con le stimmate che fanno i miracoli, ovvero dei residui declinati al post-moderno di tradizioni, spiritualità e superstizioni considerate oramai antiche.
Forse il punto è che all'ambiguità della morale siamo oramai abituati: e abituati anche troppo, verrebbe da dire, perché va bene che viviamo l'era della polarizzazione e degli opposti estremismi in tutto, ma almeno nel mondo dell'immaginario qualche elemento certo, qualche faro riconoscibile e sicuro, sarebbe bene averlo. E allora, in mezzo a questa confusione, qualsiasi cosa suoni come una speranza piace a priori.
Di certo, se le serie vengon fuori bene come è venuta fuori bene Christian, questa speranza non è del tutto infondata.

Christian



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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