Weekend: recensione del film che Andrew Haigh ha diretto prima di 45 anni

09 marzo 2016
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Il regista inglese non gira un film sull'omosessualità ma racconta con delicatezza una storia d'amore.

Weekend: recensione del film che Andrew Haigh ha diretto prima di 45 anni

Meno male che esiste 45 anni, e non solo perché si tratta di un film bellissimo che ha giustamente portato Madame Charlotte Rampling alla sua prima nomination all’Oscar. No, il successo pressoché universale della crisi matrimoniale di Kate e Geoff Mercer è importante, in questo tardo inverno 2016, perché potrebbe essere il sentiero di mattoni gialli destinato a condurre in un Oz reale un’altra opera di Andrew Haigh, una storia d’amore breve e intensa come quelle raccontate da Prima dell’alba e Lost in Translation.

A differenza del film di Sofia Coppola e di quello di Richard Linklater, però, Weekend non ha come protagonisti un uomo e una donna ma due uomini, il che in un certo senso è un dettaglio. L’amore, in fondo, è uguale per tutti, così come le ritrosie, la differenza di prospettive e di esigenze, e le incertezze nell’aprire all’altro la porta del nostro io più recondito. Piuttosto, la particolarità (e il valore aggiunto) del secondo film del regista inglese sta in una verità - che arriva anche grazie al realismo suggerito dai piani-sequenza, dalla camera a mano e dal suono in presa diretta - sconosciuta sia a tante vicende drammatico-sentimentali che alle storie di omosessualità. A ben pensarci, quando il cinema parla di gay, tende infatti ad assestarsi su cronache di coming-out o di passioni represse che finalmente esplodono: l’effetto è spesso dirompente, il linguaggio diretto e lo sguardo voyeuristico. Oppure si censura e si omette - ed è la cosa peggiore. Haigh non fa nulla di tutto ciò, insistendo sull’apparente banalità dei frammenti di discorsi amorosi e sulla vulnerabilità di una generazione alla ricerca di un’identità e di un posto nel mondo. E sulla spontaneità di un'emozione.

Eppure, in questo scenario di solitudine urbana riscaldata da una forte vicinanza, l’introverso Russell e il ribelle Glen - che fanno l’amore e si fanno delle più disparate droghe - parlano eccome del loro essere gay, chi con piglio più aggressivo, chi rivelando una profonda fragilità: Glen sta addirittura lavorando a una versione riveduta e corretta dei Comizi d’amore pasoliniani - raccogliendo testimonianze sul sesso fra uomini - mentre Russell ancora si vergogna di fronte agli amici e alla famiglia. Niente, in fondo, può lavare via il loro disagio, un'inquietudine che decenni di marce, rivendicazioni e riforme hanno provato a eliminare, e Andrew Haigh ce lo dice nel modo più semplice: parlando la lingua di un genere cinematografico ipercodificato e, alla fine, rovesciandolo.

Senza farne troppo mistero, il regista cita insomma i grandi classici del genere romantico e, scegliendo di ambientare una piccola parte dell’azione in una stazione (sfondo classico di addii e riappacificazioni), rifà per esempio Breve incontro, o meglio inventa un Breve incontro diverso, negato, nel quale l’impossibilità di mostrarsi non è dovuta all’illecito di una relazione adultera, ma a una società bigotta che chiuderebbe volentieri dentro casa chi ritiene si ami contro natura . E invece un bacio è un bacio, chiunque lo dia o lo riceva.

Più che un film "camera e cucina", Weekend è un "film-boutique", come osserva qualcuno. Facendo inconsapevolmente coincidere le restrizioni di un budget limitato con una precisa scelta estetica, Haigh trasforma i pochi spazi a disposizione - soprattutto la casa di Russell - in un contenitore di poetica intimità, in un luogo dell’anima (perdonate l’abusata espressione) in cui ogni oggetto è spia di un modo di essere e di guardare alla vita. E poi c’è lo struggente cielo di Nottingham - splendidamente fotografato da Urszula Pontikos - e c’è un’intelligente alternanza fra quei primi piani che sono in fondo l’essenza del cinema e le inquadrature più ampie - che raccontano l’imbarazzo di uno dei personaggi nei posti pubblici. Questa, signori, è eleganza, e non fine a se stessa.

Infine, sono bravissimi e funzionano perfettamente insieme Tom Cullen e Chris New. E’ anche per merito della loro ottima intesa che le scene di sesso danno un’impressione di grande naturalezza. Già perché il sesso nel film c’è, anche se non è "grafico". Non disturba, mai, e non solo perché è seguito dalle coccole e da chiacchierate abbracciati ai cuscini che ricordano gli sleep over di quando eravamo bambini. Ecco, un po’ bambini si torna guardando Weekend, perché il sentimento che ci invade a visione ultimata è la tenerezza, una tenerezza un po’ indifesa, e tutto sommato anche un po’ triste. Del resto, in amore e perfino nelle amicizie, un fine-settimana è sia un tempo di infinite possibilità che una parentesi inevitabilmente destinata a chiudersi.

Weekend
Il trailer italiano del film - HD


  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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