Uno di noi: la recensione del western con Kevin Costner e Diane Lane

28 luglio 2021
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Elegiaco e malinconico, Uno di noi, il western con Kevin Costner e Diane Lane in stato di grazia, ribalta le aspettative nel finale in puro stile revenge lasciando molti nodi irrisolti. La recensione di Daniela Catelli

Uno di noi: la recensione del western con Kevin Costner e Diane Lane

Uno di noi (in originale Let Him Go, "lasciatelo andare") è uno di quei film che in virtù dei suoi protagonisti, 20 o 30 anni fa avrebbe avuto un'uscita importante. Oggi ad avere la precedenza sono ovviamente i blockbuster d'avventura, per famiglie o ragazzini, titoli di facile consumo progettati a tavolino dagli Studios con gli attori più in voga del momento. Non sappiamo dunque che pubblico possa avere questo western/revenge movie ambientato nella prima metà degli anni Sessanta.

Il quarto film nella carriera del regista e sceneggiatore Thomas Bezucha, che l'ha adattato per il grande schermo (pare prendendosi parecchie libertà sul romanzo di Larry Watson), inizia in una fattoria del Montana in cui si è ritirato un ex sceriffo, George Blackledge, con la moglie Margaret, il figlio, la nuora e il nipotino di pochi mesi. Quasi subito la tragedia colpisce, fuori campo, questo piccolo e pacifico nucleo famigliare, lasciandolo nel dolore più acuto. Dopo un'ellisse temporale di un paio di anni, la giovane vedova si risposa con un giovane a noi sconosciuto, che la trascina via all'improvviso con il bambino nel North Dakota per andare dalla sua famiglia, i famigerati Weboy. Margaret, attaccatissima al bimbo, ha assistito non vista a una scena di violenza tra il nuovo marito e la nuora, è preoccupata per la sorte del piccolo e decide di partire per riprenderlo. George capisce che non può negarle questo tentativo e la accompagna, ma le cose non andranno affatto lisce quando si troveranno a confronto con il terribile clan familiare che spadroneggia nel paese.

Sembra lo scontro tra due concezioni di vita e due civiltà quello tra i Blackledge e i Weboy, che riecheggia celebri conflitti a fuoco ormai entrati nella leggenda del vecchio West tra sceriffi e fuorilegge. Poco o nulla è cambiato da allora agli anni Sessanta del secolo scorso: nel contesto rurale in cui vivono i protagonisti, non vale altra legge che quella del più forte, e chi per scelta ha riposto le armi si trova a doverle ricaricare. Inizialmente coinvolgente come un thriller, pian piano Uno di noi scopre le carte e lascia le spoglie del western elegiaco per trasformarsi in modo brusco e non adeguatamente giustificato in sede di sceneggiatura in un Cane di paglia dove a confrontarsi all'ultimo sangue sono due famiglia e gli invasori, stavolta, sono i “buoni”. La violenza è giustificata da una contrapposizione esasperata e manichea, al punto che i Weboy sembrano il clan di Ma' Barker, rozzi e violenti hillbillies guidati da una matriarca megera. Dopo lo showdown il finale appare confuso e nebuloso: come finirà per chi resta? Dopo aver fatto terra bruciata sarà davvero possibile ricominciare? È proprio così che doveva andare?

Non manca (non può mancare) neanche il personaggio di un giovane nativo americano che vive isolato perché dopo la “rieducazione” non appartiene più a nessuna cultura, e che aiuta i Blackledge, trascinato dalla forza e dall'ostinazione di Margaret, la donna (detto senza ironia) “che sussurrava ai cavalli”. A questo punto Bezucha ha tra le mani diversi cliché che potrebbe giostrare in modo più audace, ma che gli sfuggono di mano, nell'improvvisa accelerazione di una carneficina che appare a tratti anche un po' ridicola. Peccato, soprattutto per gli attori coinvolti: Lesley Manville, splendida strega cattiva, che avremmo voluto vedere più a lungo, il sempre ottimo Jeffrey Donovan (lo zio) e la coppia credibile, bella e intensa formata da Kevin Costner e Diane Lane, di nuovo insieme in alchimia esemplare dopo L'uomo d'acciaio. Vedendoli ci sembra di toccare con mano la confidenza, l'amore e la forza morale di una coppia affiatata e rodata, nella gioia e nel dolore più estremo.

L'inizio del film, col Montana, la fattoria e i cavalli, ricorda (anche se in un ruolo opposto) la splendida performance di Costner nella serie di Taylor Sheridan Yellowstone: l'attore è davvero l'ultimo dei cowboy, monta a cavallo con una naturalezza unica, mai finta. Non possiamo non ammirarlo per la sua dedizione a personaggi come questo, archetipici e mitologici insieme, cui sa dare vita con grande realismo. Forse proprio la sproporzione tra questi interpreti e una storia in cui il bene è costretto a scendere sullo stesso terreno del male per ristabilire l'ordine naturale delle cose è quello che ci ha deluso in un film che non abbiamo trovato pienamente all'altezza delle sue ambizioni o del loro talento. Bella la confezione, la fotografia e le atmosfere, che ne fanno comunque un prodotto sopra la media, che vale la pena di vedere anche per ricordarsi, in un periodo di divi venuti fuori da altri ambiti all'improvviso, quanto bravi e preparati siano ancora gli attori che hanno fatto innamorare del cinema le generazioni passate.

Uno di Noi
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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