Uno, anzi due: recensione della commedia con Maurizio Battista

08 aprile 2015
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La frenetica energia del cabarettista romano è sempre al servizio della storia.

Uno, anzi due: recensione della commedia con Maurizio Battista

Le bugie, si sa, hanno le gambe corte, e quando le menzogne si accumulano impietose fino a minacciare l'incolumità di colui che senza pensarci ha cominciato a non dire la verità, allora non resta che il suicidio, meglio se da un luogo alto e ben visibile, dove il gesto possa essere contemplato dal maggior numero possibile di osservatori.
Per farla finita in Uno, anzi due, il romano Maurizio Battista non poteva scegliere che un ponte della capitale, non uno di quelli vicini all'amato quartiere di San Giovanni, ma il simbolo del romanticismo zuccheroso celebrato  Moccia & Co. e ancor prima teatro della vittoria di Costantino su Massenzio: Ponte Milvio.

Comincia così la commedia di Francesco Pavolini con protagonista il cabarettista dalla camicia rossa, che pur non segnando il debutto del comico davanti alla macchina da presa, è comunque il primo film in cui la sua verve frenetica e gesticolante è completamente asservita a una storia. Non è cosa da poco per il nostro cinema, visto e considerato che i vari exploit sul grande schermo di imperatori della risata più o meno conosciuti hanno sovente coinciso con una sequela di gag legate da un esile e pretestuoso filo narrativo.
E invece no, stavolta – complice il discreto curriculum televisivo del regista – ci sono un inizio e una fine, un crescendo drammatico, qualche svolta imprevista e un ritmo del racconto sufficientemente scoppiettante.

C'è anche un giusto equilibrio fra l'improvvisazione e il rispetto della pagina scritta in Uno, anzi due. All'inizio si fatica un po' a lasciarsi travolgere dalla samba ballata dal barista della Piramide Cestia, ma una volta avviato il pericoloso gioco delle menzogne di cui sopra, ecco che l'attenzione del pubblico è tutta per la disavventura del povero Giorgio. E allora la danza riprende veloce. Battista non la balla da solo, lasciandosi piuttosto "condurre" da Paola Tiziana Cruciani, che nei panni di sua moglie Luana è brava ad alternare vivaci momenti da "sergente" a pause di tranquillità in cui guarda al futuro con incanto quasi zavattiniano.
Affidandosi alla sua robusta esperienza (nonché al mestiere del "Richard Gere di Cinecittà" Ninetto Davoli e alla solida napoletanità di Ernesto Mahieux), M.B. non deborda mai, non ammicca allo spettatore né si compiace del proprio talento come una prima donna, riuscendo a inserire nel contesto generale anche le sue tirate più note.

Nonostante alcuni personaggi di contorno eccessivamente macchiettistici e dalle reazioni troppo insistite (come i passanti che ascoltano il racconto a ritroso dello sprovveduto bugiardo), Uno, anzi due descrive bene una certa romanità verace anziché coatta, autentica e senza fronzoli invece che arrogante e falsamente snob, legata alla tradizione e contemporaneamente aperta a un'allegra multi etnicità orientata a est.
E poi c'è il tormentone dei matrimoni, spassoso cavallo di battaglia del comico. In questo caso lo sposalizio è uno solo e – fra un trionfo di primi piatti, addobbi e parenti vestiti a festa – ha la funzione di dare una nuova sferzata al film, trasformandolo in indiavolata pochade e avviandolo verso gran finale che sfortunatamente grande non è, dal momento che alcune questioni rimangono irrisolte.

Un'ultima cosa. Fra i "cavalli di razza" di cui Battista si è voluto circondare, vince senza dubbio la corsa Claudia Pandolfi, che rende indimenticabile una donna vulcanica e "ruspante" di nome Suellen. La sua performance è l'ennesima dimostrazione che chi ancora sostiene che al cinema gli uomini facciano più ridere delle donne si sbaglia di grosso.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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