Una giusta causa: la recensione del biopic su Ruth Bader Ginsburg

24 marzo 2019
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Felicity Jones interpreta l'iconica avvocatessa dei diritti civili e giudice della Corte Suprema in un film biografico che non le rende a pieno giustizia.

Una giusta causa: la recensione del biopic su Ruth Bader Ginsburg

In America Ruth Bader Ginsburg, avvocatessa della parità di genere e seconda donna giudice a far parte della Corte Suprema, è una vera e propria icona culturale. Un personaggio quasi leggendario che, pur occupandosi di una materia poco glamour come il diritto, ha dato un contributo fondamentale allo sviluppo della libertà, della parità di genere e della democrazia, fornendo una solida base al cambiamento in atto nel Paese dagli anni Sessanta. Bader Ginsburg, una delle prime e pochissime donne ammesse ad Harvard nel 1956, figlia di ebrei russi immigrati, è riuscita a sconfiggere gli ostacoli che una società maschilista e retrograda le metteva continuamente di fronte, ha sposato l'avvocato tributarista Martin D. Ginsburg, che l'ha sostenuta condividendo le sue lotte e la gestione di una famiglia con due figli, e non ha mai smesso di combattere, nemmeno a 85 anni, per i diritti delle donne, sostenendo anche la necessità del movimento #MeToo.

Ma oltre che per il suo straordinario cervello, Ruth Bader Ginsburg, ribattezzata dai fan “The Notorius RBG”, è famosa anche per la sua capacità di non prendersi eccessivamente sul serio e per la sua eleganza: l'anno scorso si è allenata e ha sollevato pesi con Stephen Colbert e nessuna come lei sa portare quei tailleur colorati con le rifiniture che sembrano usciti da una puntata de Il prigioniero o da una rivista di moda dei primi anni Sessanta. A lei è stato dedicato lo scorso omaggio anche il documentario RBG, e infine, per rendere omaggio a questa donna straordinaria e al suo lungo e felice matrimonio col marito, scomparso nel 2010, il nipote Daniel Stiepleman ha scritto una sceneggiatura che è diventata il film Una giusta causa (il titolo originale fa riferimento alla discriminazione “in base al sesso”, inteso ovviamente come genere). La regia è stata affidata a Mimi Leder, che a quanto dichiara ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie per poter fare un lavoro considerato di pertinenza maschile, e che ricordiamo al comando di action come The Peacemaker e Deep Impact. Ci stupisce un po' vederla così contenuta e tradizionalista nella messinscena di un film in cui l'unica azione è affidata alle parole e a dialoghi tecnici molto fitti.

Nato con le migliori intenzioni, Una giusta causa non rende giustizia alla figura della giudice, a partire proprio dai protagonisti, Felicity Jones e Armie Hammer, scelti per il loro indubbio appeal e la loro notorietà, che risultano troppo perfetti e leziosi per i ruoli e non mostrano grande alchimia sullo schermo. Va meglio col cast di contorno: è sempre una gioia vedere all'opera il veterano Sam Waterston, qui nel ruolo del rettore, e brillano l'irriconoscibile Justin Theroux in quello dell'avvocato attivista e i caratteristi Stephen Root e Chris Mulkey, mentre la sempre ottima Kathy Bates appare solo in due brevissime scene. Ma a mancare, in Una giusta causa, è proprio il coinvolgimento emotivo, che né la regia imbalsamata né la sceneggiatura a momenti troppo intricata e in altri eccessivamente banale riescono a provocare nello spettatore.

La storia si incentra essenzialmente sulla battaglia della Bader Ginsburg - rifiutata nonostante il suo impressionante curriculum da tutti gli Studi di Avvocati dell'epoca in quanto donna e costretta all'insegnamento - per arrivare a cambiare una legge discriminatoria. Nell'impossibilità di affrontare il problema direttamente, l'escamotage viene da una sentenza che il marito tributarista le fa conoscere e che ha visto negare a un uomo non sposato, che si prende cura della madre, i benefici di legge riservati alle badanti, di fatto dando per scontato che ci siano ruoli, come l'accudimento, riservati esclusivamente alle donne. Una questione che al profano può sembrare di lana caprina ma che è il grimaldello attraverso cui Ruth Bader Ginsburg, in un discorso di poco più di 5 minuti, riuscì a convincere tre giudici maschi a cambiare una legge iniqua adeguandola ai mutamenti da tempo in atto nella società americana.

Peccato che né la regia né la scrittura del film, e nemmeno l'interpretazione riescano a comunicare il pathos del momento o l'idea che sentenza dopo sentenza, partendo da casi individuali in apparenza irrilevanti, la legge si evolva e crei dei precedenti universali. Una giusta causa resta così a metà tra il tentativo di far arrivare il messaggio al grande pubblico e quello di rendere un omaggio imbalsamato a una figura larger than life. Quando nel finale vediamo la vera protagonista salire i gradini della Corte Suprema sembra quasi che stia per cominciare un altro film, che è quello che avremmo forse preferito vedere.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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