Un'estate in Provenza: recensione della commedia campagnola con Jean Reno

13 aprile 2016
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Uno scontro nonni-nipoti in un Sud della Francia folcloristico e solare.

Un'estate in Provenza: recensione della commedia campagnola con Jean Reno

Che Rose Bosch avesse bisogno di una pausa ludica dopo l’impegnato, coinvolgente e acclamato Vento di primavera - scrupolosa ricostruzione del Rastrellamento del Velodromo d’Inverno - è la prima cosa che viene in mente se si pensa o si vede Un’estate in Provenza, che all'insidioso viaggio per mare di quel Cristoforo Colombo diventato protagonista di una sceneggiatura affidata a Ridley Scott preferisce il quieto cammino verso il recupero di sé di un ex biker che dal clamore di Woodstock è passato alla quiete del Sud della Francia. Cambiare aria e genere è lecito, più che lecito, così come tuffarsi nella contemplazione di scenari bellissimi e rassicuranti da racchiudere in inquadrature un po’ "cartolinesche". Va bene anche preferire alle grandi guerre i piccoli conflitti e ai drammi universali le quotidiane pseudo-tragedie di un nucleo ristretto di individui.

Allora perché perché in patria questa commedia campagnola che non rinnega mai la sua natura di feel good movie è stata giudicata, con durezza e severità, una summa di luoghi comuni?

Per cominciare, qualcuno se l’è presa con gli adolescenti del film, criticati per la loro dipendenza da Facebook. Non è vero che sono ossessionati dai social media. Al contrario, rendono l'invenzione di Zuckerberg una specie di MacGuffin (come si vedrà più in là), e poi c’è molto più spessore nei personaggi di Leà e di Adrien che in tanti teenager di film francesi più o meno recenti, ad esempio la Lolita di Un momento di follia, cronaca di un’altra vacanza estiva, ma con scappatella. Nei nipoti del burbero Paul, emergono piuttosto e in particolare quell'incompiutezza e quella trascurabile incoerenza che segnano la più critica delle età di passaggio, fase della vita incantevole e nello stesso tempo struggente. Magari Un’estate in Provenza non scandaglia abbastanza profondamente le anime dei due ragazzi, ma da affresco di una coralità sa di dover dosare le attenzioni e quindi passa oltre. A riempire i vuoti che inevitabilmente si creano ci pensano comunque la figlia d’arte Chloé Jouannet e l’arcinoto youtuber Hugo Dessioux. Tutti e due riescono a fingersi detestabili come solo i quindicenni e diciassettenni possono essere e vulnerabili come capita che diventino i figli di genitori che si separano.

Dove sono quindi i tanto criticato cliché del film? Secondo noi nella rappresentazione del folclore del Sud, tutto sorrisi, tamburelli e bevute goliardiche. La regista, effettivamente, viene alla Provenza e quindi non ha peccato di mancanza di sincerità nel suo ritratto, semmai si è lasciata andare a un bozzettismo che semplifica la storia e soprattutto alcuni personaggi secondari. Fra loro non ci sono i vecchi amici di Paul e iréne, che arrivati a cavallo delle loro motociclette gettano luce sul passato dei "nonni", che sono stati dei fricchettoni giramondo e dei senza regole. Nelle scene di cui sono protagonisti, la nostalgia non guasta, perché quelli sì che erano tempi gloriosi e perché intonando "Knockin’ On Heaven’s Door", il cantautore Hughes Aufray - che fa giusto un cameo - per un istante porta la magia.

E’ dall’arrivo di questa banda di attempati hippy che il Paul di Jean Reno comincia ad acquistare tridimensionalità e quindi a diventare qualcosa di più di un antipatico Scrooge. Certo, non sempre l’attore lascia venir fuori una simile "rotondità" fatta di malinconia mista a rabbia, e a volte cade nella trappola delle "faccette", rischiando di diventare un po’ come il De Niro comico degli ultimi anni. Eppure, quando lo vediamo adeguarsi al ritmo silenzioso degli ulivi o comunicare con il giovanissimo Lukas Pélissier, riconosciamo il grande mattatore di Leon e di Le grand bleu.

A proposito di Lukas Pélissier, che interpreta il bambino sordomuto Théo e che anche nella vita non sente e non parla, è ai suoi occhi che il film inizialmente si affida, mostrandoci il suo viaggio in treno mentre scorrono i titoli di testa e si sente "The Sound of Silence" . E’ una sequenza meravigliosa, che ci fa credere che Un’estate in Provenza sia il racconto di uno sguardo. Invece il punto di vista cambia, si moltiplica, lasciando spesso indietro il muto osservatore e perdendo un po' il fuoco. Ecco, se la Bosch avesse continuato in questa direzione, di sicuro avrebbe emozionato di più.

Con un’Anna Galiena che abbiamo ritrovato volentieri, Un’estate in Provenza ha il merito di non soffermarsi, come fanno fin troppi film che trattano di dinamiche familiari e famiglie disfunzionali, sul solito rapporto genitori/figli. A confrontarsi stavolta sono nonni e nipoti, pianeti in apparenza lontani che possono tranquillamente far parte dello stesso sistema solare. Bene prezioso i nonni, come sa chi ha conosciuto i propri.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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