Tutto il mio folle amore: recensione del road movie di Gabriele Salvatores

07 settembre 2019
3.5 di 5
10

Il regista torna al rock & roll e al viaggio adattando un romanzo e facendo di Claudio Santamaria il Modugno dei Balcani.

Tutto il mio folle amore: recensione del road movie di Gabriele Salvatores

Certe volte, come cantavano Le Vibrazioni, c'è bisogno di andar via, di partire, di abbandonare consuetudini e routine per mangiare la polvere della strada, svegliarsi dentro a nuovi scenari e nuove canzoni e reinventarsi grazie alle suggestioni di un luogo. Altre volte, invece, sembra proprio necessario ritrovare la strada di casa, parlare lingue conosciute, rincontrare gli amici di un tempo, accoccolarsi dentro vecchie confort zone.

Per Gabriele Salvatores, regista dal cuor di leone, Tutto il mio folle amore è sia una partenza che un ritorno, ritorno al road-movie, al Rock and Roll, a Diego Abatantuono e al viaggio come riscoperta di sé e dell’altro. Quanti anni sono passati fra la storia di Willi e Vincent e la "zingarata" dei personaggi di Marrakech Express... Nel frattempo il fondatore del Teatro dell'Elfo ha inventato il fantasy all'italiana, ha coltivato il sogno di un grande affresco fantascientifico e si è tuffato in romanzi scritti da altri, arredandoli, come fossero stanze un po’ disadorne, di visioni dal gusto personalissimo. Anche Tutto il mio folle amore prende spunto da un romanzo - "Se ti abbraccio non aver paura" di Fulvio Ervas - e, senza tradirlo, lo trasforma innanzitutto in un'avventura che non si svolge fra le Americhe ma nei Balcani, dove un padre e un figlio scoprono che un "sogno italiano" esiste e resiste e ha la faccia di Domenico Modugno, che poi è il protagonista dell'episodio pasoliniano di Capriccio all'italiana che dà il titolo al film e a una canzone di Modugno scritta dallo stesso Pierpaolo. E Domenico Modugno, anzi "Il Domenico Modugno dei Balcani" è il soprannome del personaggio di Claudio Santamaria, antieroe del XXI° secolo dotato di grande saggezza e di una pragmatica filosofia di vita espressa dalla frase "dopo la grande sfiga arriva sempre la grande fortuna".

Santamaria, mai così bravo, è un cowboy solitario dalla voce magnifica e le giacche di velluto, mentre Vincent (Giulio Pranno), che è autistico, si colloca a metà fra un "fool" shakespeariano e un riottoso apache. Si muovono, infatti, anche dentro a un grande western i due personaggi, e il west in questione è picaresco e zingaresco, in un certo senso "kusturicano", e lo si può attraversare a cavallo, in automobile, su un pick-up e in motocicletta, sempre parlando, però, la lingua della sincerità e del cuore. Ecco, Tutto il mio folle amore è una difesa del cuore e dell'istinto, un "racconto dell’istinto" e naturalmente dell'amore, amore che sulle prime non riesce più a uscire dall'anima dei personaggi, ma che poi fluisce libero. Succede a Willi e Vincent e anche a Elena (Valeria Golino) e Mario, che la malattia di Vincent l'hanno sempre affrontata con timore misto a rassegnazione, lui rifugiandosi nella letteratura e lei nell'acqua di una piscina, quasi alla ricerca di un liquido amniotico in cui sentirsi protetta ed essere figlia e non più madre.

Prende di petto il disturbo mentale Gabriele Salvatores, e non nega i suoi aspetti "disturbanti" e imbarazzanti. Non lo esalta, certo, ma finisce per trovare nella "follia" la bellezza e per fare del suo Blues Brother con le All Star un "portatore di bellezza", proprio come il pittore Vincent Van Gogh a cui Don McLean ha dedicato il brano "Vincent", che poi è la canzone di Tutto il mio folle amore. "Vincent" parlava del quadro "Notte stellata", e nel dipinto le stelle erano grandi, e più che stelle sembravano luci. Ce ne sono molte di luci nel film di Gabriele Salvatores, dai lumi di carta di una gara di ballo alle lampadine di una festa di matrimonio alle lucine blu di un locale di lap dance. E luci metaforiche si accendono dentro ai tre protagonisti adulti, mentre il ragazzo biondo sparge pezzetti di carta come fosse Pollicino.

Anche il regista sparge pezzetti di carta, che siano citazioni di qualche suo vecchio film (in primis Turné) o tracce di una compassata ironia che è un'ottima medicina contro le inevitabili ingiustizie della vita. La frase pronunciata da Diego Abatantuono "La felicità purtroppo non è un diritto, è un colpo di culo" ne è una meravigliosa espressione.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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