Tutti vogliono qualcosa: la recensione del film di Richard Linklater

13 giugno 2016
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Il sequel spirituale di La vita è un sogno conferma il talento del cineasta.

Tutti vogliono qualcosa: la recensione del film di Richard Linklater

Nel settembre del 1980 Jake Bradford (Blake Jenner) arriva al college, occupando il suo posto nella casa dove vivono i compagni, matricole e veterani, come lui parte della squadra di baseball dell'università. Mancano tre giorni all'inizio delle lezioni: ci si può scatenare, ci si può sfidare, ci si può ubriacare, si può trovare l'amore o, accontentandosi, si può fare sesso.

Richard Linklater, reduce dall'incredibile esperimento di Boyhood che gli ha fruttato Golden Globe e una nomination all'Oscar, ha creato Tutti vogliono qualcosa come sequel spirituale di un film cult che realizzò oltre vent'anni fa, La vita è un sogno (Dazed and Confused, 1993). Quello era la cronaca di un ultimo giorno di scuola in un liceo del 1976, questo registra il passaggio al college per la stessa generazione, la generazione di Linklater, che ammette i forti contenuti autobiografici di questi lavori, sceneggiati peraltro da lui stesso.
Tutti vogliono qualcosa è una commedia scatenata che, per tradizione del regista, cerca le sue unità narrative non negli schemi tradizionali ma nella capacità narrativa della vita stessa: più che prologhi, atti e risoluzioni, a Linklater interessano giornate, notti, ore, anni, mesi, settimane. Siccome la nostra esistenza è scandita da questi ultimi e non da un'occulta registica mano del destino che ci sceneggia, spetta ai personaggi (e a noi, insieme a loro) popolare di pensieri e opinioni ogni occasione potenzialmente simbolica: d'altra parte, se Jesse e Celine in Prima dell'alba non avessero costruito qualcosa su quell'incontro fortuito in treno, il "loro film" non esisterebbe. Il fato conta anche in questo caso, perché Jake incrocia la passionalità romantica di Beverly per puro caso, ma spetta a lui e solo a lui riconoscerla e non perderla di vista, rendere speciale il proprio tempo e quello di lei.

Anche se una certa idea di nostalgia permea questo film come tanti altri dell'autore, la cifra che diversifica queste esperienze cinematografiche dal semplice sciacallaggio nostalgico-feticistico è la capacità di tenere a freno il senno di poi. Il titolo originale è "Everybody Wants Some" (dalla canzone dei Van Halen), che tradotto più precisamente suonerebbe "Tutti ne vogliono un po'": tutti rivendicano il proprio diritto a "qualcosa", alla libertà, alla sessualità, all'entusiasmo, alla felicità, al successo. Gli sprazzi dell'esistenza in cui sembra a portata di mano questo diritto (illusorio, come ha specificato Linklater in un'intervista) sono la vera essenza di quella nostalgia forte, vera, potente, perché legata a ciò che realmente si rimpiange del passato giovanile: una sensazione di infinite possibilità, in tutte le direzioni, dall'amore alla carriera, un senso di vertigine piacevole garantito dall'inesperienza. Proprio per questo qualcuno, come accadde con La vita è un sogno o è accaduto di recente con Boyhood, potrà soffrire l'assenza di climax tradizionali, perché Tutti vogliono qualcosa mira a essere totalizzante come la quantità record di fumo aspirata dal misterioso personaggio di Willoughby. Linklater non confeziona fatti, ricostruisce dentro se stesso una sensazione e lascia che esploda sullo schermo in due ore. C'è una volontà di condivisione che coinvolge anche chi non era disinibito come i protagonisti (e se tutto va bene era al livello del tartassato Buffalo). C'è un'attenzione ai valori che scorrono sottotraccia, in primis l'importanza della competizione per sentirsi vivi.

Chi cerchi una nostalgia più storicizzabile la troverà, perché Tutti vogliono qualcosa è anche un film "in costume". La colonna sonora registra gli ultimi anni di gloria della disco, non dimenticando l'amore per il metal e annunciando l'arrivo del punk, con la riscoperta del country e un accenno di hip hop nei divertiti titoli di coda. Non mancano nemmeno le prime videoregistrazioni, i pantaloni attillati, le auto del periodo, i dischi in vinile quando non erano ancora vintage. L'importante è non dimenticare che Tutti vogliono qualcosa, così come La vita è un sogno, si chiude con un sorriso che va al di là del tempo e che, con il massimo rispetto, non appesantisce la magia terapeutica del ricordo con un'offensiva malinconia di maniera.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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