Tutta colpa del vulcano: recensione della commedia con Dany Boon

03 giugno 2014
2.5 di 5
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La guerra dei Roses alla francese di Alexandre Coffre non è esplosiva, ma conserva un buon ritmo.

Tutta colpa del vulcano: recensione della commedia con Dany Boon

Anche se il titolo originale riproduce il nome di un vulcano (l'islandese Eyjafjallajökull che tanto disturbò i cieli europei, nel 2010, con le sue ceneri), la commedia on the road che vede Dany Boon e Valérie Bonneton cimentarsi in una guerra dei Roses dalla Germania a Corfù non è esattamente un'esplosione di originalità e divertimento.
Tuttavia, una volta ammessa la sua appartenenza a un filone narrativo fin troppo abusato e che ci rimanda a esempi ben più raffinati – da Frank Capra allo Zemeckis de All'inseguimento della Pietra verde, passando per le schermaglie amorose fra Katharine Hepburn e Spencer Tracy e La maledizione dello scorpione di Giada - bisogna riconoscergli alcuni giusti meriti, a cominciare da una sceneggiatura ben congegnata in cui nemmeno il più piccolo oggetto di scena è lasciato al caso.

Probabilmente perché poco ansioso di creare qualcosa di completamente nuovo, Alexandre Coffre organizza bene le sue variazioni sul tema, riuscendo a innescare una tensione che, seppur in sordina, continua a crescere.
Alain e Valérie, che sull'aereo sul quale si incontrano all'inizio si limitano a piccoli scherzi, si fanno via via più crudeli l'uno con l'altra, mentre i pericoli aumentano e le rocambolesche fughe da inseguitori di ogni genere chiamano in causa mezzi di trasporto sempre più bizzarri e di difficile manovra.
Che sia frutto dell'alchimia fra i due protagonisti o della voglia di evasione dello spettatore estivo, lo scatenato viaggio dei due ex coniugi che perdono soldi, faccia e vestiti, ma non l'abito nuziale della futura sposa, ha un certo non so che di gustoso.

Forse, però, il motivo del gradimento è anche un altro, più profondo e sottile.
Nelle disavventure di Valérie e Alain, infatti, non c'è mai una banale staffetta fra l'odio e un'irrazionale attrazione. No, le accuse reciproche sono pesanti e la disistima, quando non lascia il posto all'indifferenza – è massima.
Ora, questa precisa scelta di tono, che poi inevitabilmente cambia, rende il film realistico e attuale, perché si fa termometro della contemporanea evoluzione della battaglia fra i sessi, una lotta in cui sempre più si gioca ad armi pari, almeno in ambito matrimoniale.

Fra i pro di Tutta colpa del vulcano mettiamo anche Valérie Bonneton, che, aldilà di qualche smorfietta da paperina, sa essere odiosa, sfrontata e maleducata al punto giusto, senza cadere nel cliché della donna o troppo in carriera o troppo maliziosa o, peggio ancora, isterica.
Quanto al nostro Dany Boon, che tanto avevamo amato in Giù al Nord, Un piano perfetto e Supercondriaco, sembra, come scrive un critico francese, che abbia inserito il pilota automatico.
E' un peccato che Coffre abbia investito quasi tutte le energie nei suoi duetti con la Bonneton, lasciando davvero pochi scampoli ai personaggi secondari.
Guarda caso è ad uno di loro che va il merito della sequenza più esilarante dell'intera commedia. Parliamo di Denis Menochet, che guida un camper in stile Arca di Noè traboccante di paccottiglia sacra: la scena è irresistibile.

 

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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