Truth, recensione del film con Robert Redford e Cate Blanchett

16 ottobre 2015
3.5 di 5
60

Da una storia vera, James Vanderbildt riflette sul giornalismo moderno come in The Newsroom.

Truth, recensione del film con Robert Redford e Cate Blanchett

Chiunque abbia un'età tale da ricordarsi un giornalismo che purtroppo oggi non c'è quasi più, o abbia amato la New Hollywood, o entrambe le cose, non può non amare anche i film che raccontano del mestiere del reporter, delle sue passioni, della sua etica e della sua rilevanza nella società.
Mentre oggi c'è chi sostiene di fare il proverbiale “cane da guardia del potere” parlando di multe di una Panda rossa nel centro di Roma, mentre internet ha cambiato regole e paradigmi dell'informazione, e, soprattutto, mentre si discute su come mantenere libera un'informazione che ha comunque la necessità di essere “bankable”, di dare un riscontro economico, cinema e televisione stanno riflettendo su queste questioni forse più di quanto non stia facendo il mondo del giornalismo stesso.

In fondo, ma nemmeno poi tanto, Truth parla di questo, oltre che dello specifico del cosiddetto Rathergate, lo scandalo scoppiato all'indomani di una puntata di 60 Minutes messa in piedi forse un po' troppo frettolosamente che bersagliava George W. Bush nei mesi precedenti la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti per la seconda volta.
Con quel titolo così altisonante e ambizioso, e così difficile da portare (ma che non lo appesantisce più di tanto), il film dell'esordiente James Vanderbilt fa della parabola tragica di Mary Mapes e di Dan Rather la metafora di una trasformazione, del Rathergate il cardine del passaggio da un paradigma di giornalismo a un altro: dai media tradizionali a internet, con tutto quello che questo comporta, compreso il suo controverso rapporto col profitto e - forse soprattutto - il berciare incontrollato e violento della Rete, capace di soffocare spesso e volentieri il punto della questione.
La verità, appunto. Che spesso è meno chiara e netta di quel che vorremmo.

Lo ricorda, non a caso con parole quasi identiche, la Cate Blanchett che interpreta Mary Mapes in un breve monologo finale che non solo fa venire i brividi (l'australiana, lì, fa uno scarto interpretativo capace di trasformarla quasi fisicamente, nonostante il solito alto livello di tutta la sua performance), ma stabilisce l'ennesimo punto di contatto di Truth con la serie di Aaron Sorkin The Newsroom, tematicamente identica e citata a tratti anche dal punto di vista delle scelte visive e della caratterizzazione dei personaggi.
Come Sorkin, Vanderbilt parla del giornalismo old style (e lo difende), racconta dal di dentro vita e funzionamento interno del team che realizza un magazine giornalistico, mette in scena i contrasti tra interessi del network e quelli delle strutture di news, il legame tra anchor e producer, non ha paura di sporcarsi le mani con una retorica vecchio stampo che si disinteressa sostanzialmente di questioni ideologiche o partitiche, mettendo in primo piano la missione e l'etica di un mestiere e di chi cerca di farlo secondo coscienza. Errori compresi, ammessi o meno.

Certo, le differenze ci sono. Primariamente perché da un lato c'è la tv e dall'altro il cinema, con i linguaggi e i tempi da loro richiesti. Lì c'è Sorkin, qui c'è la Blanchett.
E, visto che il cinema qui è lo specifico, Vanderbilt guarda al classico, con una forma lineare e una scrittura molto solida e precisa (lui nasce sceneggiatore, e si vede), puntigliosa quasi al limite della rigidità, strenuamente convinto che la passione emotiva dei personaggi e della storia possa e debba fare il paio con un rigore etico che, oltre che del giornalismo, può essere anche della forma.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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