Tolkien: la recensione del film sull'autore de Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli

02 luglio 2019
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Un biopic classico che si concentra sulla giovinezza dello scrittore e sugli orrori della guerra.

Tolkien: la recensione del film sull'autore de Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli

"In un buco nel terreno viveva uno hobbit"… bisogna aspettare diverso tempo e una moltitudine di scene prima di vedere scrivere a John Ronald Reuel Tolkien queste parole, che sappiamo aprire "Lo Hobbit", la prima incursione dello scrittore inglese nella Terra di Mezzo. Al regista finlandese Dome Karukoski, e soprattutto agli sceneggiatori David Gleeson e Stepheh Beresford, stava infatti a cuore non la ricostruzione e la celebrazione della fama e fortuna di JRRT adulto, ma la sua sciagurata infanzia e difficoltosa adolescenza, e l'ispirazione per quei personaggi che hanno popolato il suo e il nostro immaginario, fra la Contea, Rohan, Isengard e Mordor, e che hanno combattuto acerrime e sanguinose battaglie. E con una battaglia comincia il film a cui la famiglia Tolkien (chissà perché) non ha dato il proprio benestare, e non una battaglia qualsiasi, ma "la" battaglia, il conflitto che fu per gli inglesi un doloroso rito di passaggio, o meglio il sospetto che la loro grandeur potesse andare distrutta fra la polvere e il fuoco delle trincee: la battaglia della Somme, durata mesi e terminata con un bilancio disastroso di morti e feriti. Arrivò, con tutta la Prima Guerra Mondiale, dopo un periodo di rinascita culturale e di libertà seguite all'eccessivo rigore e conservatorismo dell'era vittoriana.

Tolkien ci racconta questo tempo felice in una prima parte di film che, per quanto calligrafica e un po’ accademica, è un ottimo ritratto d'epoca, in particolare una riflessione sulla forza propulsiva della cultura, che per il giovane John Ronald e i suoi amici della Tea Club Barrovian Society era lo strumento per compiere una rivoluzione. Cambiare il mondo attraverso l'arte, la poesia, la letteratura e la musica era possibile, e che ammirazione suscitano in noi gli studenti adolescenti della King Edward School, che Tolkien cominciò a frequentare quasi per caso e che avevano anche loro un personalissimo "carpe diem", proprio come gli scolari de L'attimo fuggente. Sono questi 4 ragazzi, o meglio l'amicizia che li unisce, il cuore pulsante di Tolkien, e la ragione della continua esaltazione della fratellanza nelle opere dell'autore de "Il Signore degli Anelli", che qui cerca ostinatamente, tra il fango, la fuliggine e le granate, il poeta Geoffrey Smith, aiutato da un soldato semplice che, guarda caso, si chiama Sam.

Ma la guerra così come ci viene mostrata, è anche il "luogo" dove cercare i Nazgûl, i draghi e lo stesso Sauron, che, quando appare per un istante, rimanda ovviamente ai film di Peter Jackson, che sono "mostri" con cui, pur non volendolo, Tolkien si deve confrontare, arrivando a mettere in discussione la sua ferrea volontà di essere un racconto del "prima". Se non altro, nella parte bellica, il film è potente e drammatico, e Nicholas Hoult finalmente si spettina, si sporca e si scompone, lui che per la restante parte della storia era rimasto troppo trattenuto. Non che la sua aria da scolaretto intelligente e precisino guasti con il personaggio che interpreta. Il suo giovane Tolkien fa simpatia e padroneggia perfettamente le lingue che il nostro inventò e la sua abilità nel disegnare creature a metà fra le figure della mitologia celtica e il ragnaccio che poi avvolgerà Frodo in una ragnatela mortale.
Ma è in questo atto intermedio che Tolkien è più debole, perché eccessivamente classico, "pulitino", come bloccato da una sorta di timore reverenziale e perciò freddo e quasi ingabbiato nell'austerità delle aule di Cambridge o tra le mura dell'edifico edoardiano in cui JRR crebbe da orfano, fra stanze con le carte da parati di William Morris, poca luce e tanto legno.

E però, ci sono anche scene di una bellezza abbacinante, con il giovane Tolkien e la sua adorata Edith (Lily Collins) che sentono un'opera di Wagner dai magazzini del teatro o un pranzo con tanto di stimolante conversazione sulle parole e sulla maggiore importanza da accordare ora al loro suono ora al significato. C'è della dolcezza in questi attimi, nei quali il film si fa ode gentile, oltre che omaggio rispettoso e formalmente ineccepibile, con una mise en scene che non ammicca al fantasy ma preferisce il realismo, anche se si tratta di un realismo a volte ovattato, visto che Tolkien è anche una lettera d'amore di un fan a un suo nume tutelare. Il fan, che poi è il regista, ogni tanto si scorda i personaggi secondari (con l'eccezione di Edith e del professore di filologia con il volto di Derek Jacobi), ma non dimentica di celebrare ciò che il suo beniamino ha rappresentato e continua a rappresentare per molti di noi, e cioè qualità umane come l'amore per la scoperta, il desiderio di sacrificarsi per gli altri e la speranza che il bene vinca sul male. La variegata Compagnia dell'Anello credeva in simili valori, ed è questo il senso dell'opera di Tolkien, e se l'intento del film a lui dedicato era ricordarcelo, allora il biopic ha raggiunto il suo scopo, nonostante i pochi fremiti e una timidezza che nega, di tanto in tanto, ogni afflato epico.

Tolkien è stato presentato in anteprima nazionale al Taormina Film Fest 2019



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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