The Visit: la recensione del nuovo thriller di M. Night Shyamalan

25 novembre 2015
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Prodotto con la Blumhouse per 5 milioni di dollari è uno dei risultati migliori di un regista che si era un po' perduto.

The Visit: la recensione del nuovo thriller di M. Night Shyamalan

Una donna lasciata anni prima dal marito coi figli piccoli, riceve l'inattesa richiesta da parte dei suoi genitori, dai quali si è da tempo allontanata, di mandare i nipoti in vacanza da loro per una settimana. E' così che Rebecca, quindicenne aspirante cineasta e il fratello minore Tyler, rapper in erba, partono dotati di pc e telecamera alla volta di un'isolata e innevata fattoria, mentre la madre si gode una vacanza col suo nuovo compagno. Ma quando arrivano sul posto, dopo un'iniziale affettuosa accoglienza, cominciano a notare inquietanti stranezze negli anziani nonni. E cercano di capire cosa succede dopo le 21 e 30, quando vengono mandati a letto e consigliati di rimanere chiusi in camera.

Qualunque sia il giudizio che si voglia dare dell'opera di M. Night Shyamalan, che lo stimi o lo si consideri un regista sopravvalutato, è innegabile che le promesse fatte all'inizio della sua carriera non siano state mantenute a pieno e che molti, sia tra i critici che tra il pubblico, iniziassero a darlo per finito. C'è voluto un ritorno al basso budget (5 milioni di dollari) e il produttore Jason Blum per riportarlo alla freschezza delle origini e dare nuova linfa alla sua languente carriera. Con una storia semplice ma inquietante il giusto, un'unica location e un cast di attori molto bravi, Shyamalan torna alle atmosfere thriller che lo hanno reso famoso e probabilmente ritrova la gioia dei filmini in super8 realizzati da bambino sulle orme del suo idolo Steven Spielberg.

Per una volta, in questa fiaba nera che strizza l'occhio (anche esplicitamente in un paio di deliziose scene) ad Hansel e Gretel, sospesa tra ironia e terrore, il regista riesce a compiere la quadratura del cerchio. Perfino l'abusata e ormai sempre più spesso insopportabile forma del found footage ha un approccio diverso ed è giustificata dalla necessità di intervistare i nonni per scoprire perché la madre se ne andò di casa e non ebbe più contatti con loro, oltre a dover utilizzare Skype per parlare con lei.

I giovani protagonisti risultano così naturali e convincenti nelle loro paranoie e idiosincrasie di adolescenti e di fratelli che l'attenzione dello spettatore, come loro curioso di conoscere il segreto di famiglia, viene subito catturata. Ci sono scene che rimandano a certo j-horror ma non di meno molto efficaci (il claustrofobico inseguimento sotto la casa), momenti toccanti e divertenti, congelati da altri inquietanti o agghiaccianti, spesso appena accennati. A livello di regia, Shyamalan non sbaglia niente e ritrova una felicità del tocco che il formato scelto e la breve durata valorizzano.

Se c'è qualcosa che non ci ha mai del tutto convinto nel suo cinema è che le sue storie ci sembravano spesso eccessivamente diluite per raggiungere la durata del lungometraggio e costruite attorno a una "trovata", un colpo di scena a volte deludente. In questo senso The Visit invece funziona senza sbavature ed è perfettamente concluso nei suoi 94 minuti di durata. Gran parte del merito va anche agli interpreti: dei giovani, gli australiani Olivia DeJonge e Ed Oxenbould, abbiamo già detto, ma la palma va ai nonni, il veterano Peter McRobbie, rassicurante Pop Pop dalle strane abitudini igieniche, e la meno nota ma straordinaria Deanna Dunagan, una nonnina bravissima nel preparare dolci ma con una strana fissazione per la pulizia del forno.

Come tutti i film che si basano su un (pericoloso) equivoco, sarà difficile rivedere The Visit con lo stesso divertimento della prima volta, ma se lo si prende per quello che è, sarà una visione di cui non ci pentiremo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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