The Imitation Game - la recensione del film con Benedict Cumberbatch

02 dicembre 2014
4.5 di 5
88

Un appassionante biopic costruito come un thriller.

The Imitation Game - la recensione del film con Benedict Cumberbatch

Tutti ricorderanno quando, in Blade Runner, Leon viene sottoposto a un test che serve a determinare se si tratti di un umano o di un replicante, cioè di una macchina programmata dall'uomo. Fa un curioso effetto di riconoscimento vedere, in The Imitation Game, una scena analoga tra due uomini. A inventare  la fonte di ispirazione del poligrafo che compare nel libro di Philip K. Dick, è stato infatti il matematico inglese Alan Turing. E’ quello il gioco dell’imitazione del titolo: la capacità di una macchina di imitare le reazioni di un essere umano, convincendo l’interlocutore di esserlo. Ma se si sa praticamente tutto della vita del paranoico e profetico scrittore di fantascienza, la conoscenza del genio e dell’opera di Turing è stata a lungo confinata a una ristretta cerchia di addetti ai lavori, tra i quali anche Bill Gates e Steve Jobs, che hanno sempre riconosciuto il proprio debito nei confronti dell’uomo che viene considerato il padre della moderna informatica.

E probabilmente non sapremmo ancora niente di colui che, a capo di una squadra scelta di linguisti, matematici e decrittatori, riuscì a venire a capo dell'apparentemente indecifrabile macchina Enigma – generatrice dei messaggi cifrati con cui i nazisti comunicavano le loro offensive - se nel 2009 il primo ministro Britannico Gordon Brown non avesse fatto pubblica ammenda per il modo indegno con cui era stato trattato in vita proprio l’uomo che aveva contribuito in modo determinante alla vittoria alleata e ad accorciare la durata del secondo conflitto mondiale. Nel 2013, infine, su richiesta di molti firmatari tra i quali anche l’astrofisico Stephen Hawking (la cui biografia cinematografica arriva sugli schermi in contemporanea con quella di Turing), ci fu per lui anche la grazia postuma concessa dalla regina Elisabetta.

Di quale grave colpa si era macchiato quest’uomo geniale e bizzarro, maratoneta straordinario, solitario ossessionato dal suo lavoro, senza pazienza (e senza difese) nei confronti delle convenzioni? Turing era, semplicemente, omosessuale. A rivelarlo al mondo, in un'epoca in cui in Gran Bretagna era ancora un crimine punibile col carcere, fu la semplice indagine seguita a una sua denuncia per furto che – unita alla mancanza di documenti sulla sua attività durante la guerra – insospettì un poliziotto che credendolo una spia ne provocò involontariamente la rovina. Sottopostosi per due anni al tormento della castrazione chimica per evitare il carcere e poter continuare a lavorare, Alan Turing morì suicida a soli 43 anni. Di tutto il suo contributo allo sforzo bellico, coperto a lungo dal segreto di stato, nessuno sapeva niente, nessuno lo ringraziò e nessuno si scusò con lui. Alla fine della guerra, svolto il suo compito, la squadra venne sciolta, i documenti distrutti e gli uomini che avevano lavorato fianco a fianco giorno e notte per il bene comune non si incontrarono mai più.

The Imitation Game non è soltanto un film bello e ben confezionato ma è anche un biopic per una volta davvero necessario. Le vite degli scienziati, in genere, sono poco cinematografiche. E’ difficile rendere eccitante il mondo dei calcoli e l’epifania della scoperta, coinvolgere lo spettatore in questioni che non sarà in grado di comprendere. Ma il cinema è make-believe, serve a rendere plausibili le cose che non si capiscono, a costruire macchine astratte e finte come quelle dei film di Frankenstein, ma che diventano affascinanti e credibili per il loro legame con l’individualità geniale che le ha progettate. The Imitation Game riesce, da un certo punto in poi, a concentrare la nostra attenzione sulla macchina progettata da Turing, la rende importante quanto i protagonisti della storia, ci fa “sentire” il rapporto uomo-macchina in modo quasi fisico.

E fa di più:  i numeri perdono la loro astrazione logica e matematica per acquistare concretezza, Sono i numeri che salvano le vite e le condannano, è il calcolo a dettare il numero di casualità "accettabili", a sacrificare arbitrariamente tanti singoli individui per la salvezza di molti di più. Il dramma della scelta morale, che gli scienziati spesso non sono costretti a porsi, si impone agli studiosi della macchina Enigma con tutta la sua lacerante violenza.

Tutto questo, Graham Moore e Morten Tyldum lo inseriscono in una struttura quasi thriller, perfetta per comunicare l’attesa, la frustrazione, l’angoscia, la speranza e gli inganni necessari per tenere testa a un committente (la Marina britannica) che pretende risultati concreti e non si fida di un uomo brillante nel risolvere cruciverba ma che non intende spiegare ai profani cosa sta facendo. Semplicemente perché sa che sarebbe un'inutile perdita di tempo, dato che la sua mente viaggia a una velocità molto superiore a quella di un normale essere umano, sia pure intelligente.

Più che con la storia giovanile di Turing, che scopre l’amore con un compagno di studi e lo perde tragicamente (anche se fosse vero, la narrazione cinematografica non è esente dai cliché), il film coinvolge nella sfida della risoluzione di un Enigma che è anche quello che circonda la sfera privata di un uomo e che resterà indecifrabile. A tratti buffo per la sua incapacità da studioso - oggi si direbbe nerd - di confrontarsi con le convenzioni sociali, a volte esasperante, altre candido e trasparente, dotato di un’energia febbrile, l’Alan Turing ritratto da Benedict Cumberbatch è continuamente in scena e lascia senza parole per le sue mille sfumature. Non sappiamo a quali profondità l’attore abbia attinto per incarnare un uomo che non ha mai incontrato, ma ci commuove e ci sconvolge con l’aderenza totale ad un ruolo che lo consacra – se ancora ce n’era bisogno – come uno degli attori più duttili ed espressivi dei nostri anni.

Keira Knightley è per una volta perfettamente a suo agio nel ruolo dell’amica e collega di Turing, una donna moderna, consapevole e geniale, relegata in secondo piano da una società fortemente sessista. Ottimo anche il resto del cast, da Mark Strong a Charles Dance e Matthew Goode. A voler proprio cercare il pelo nell’uovo, alcuni passaggi sono un po’ troppo romanzati e non tutte le transizioni filano lisce, ma in The Imitation Game si respira l’aria del buon vecchio cinema di una volta, quello in grado di appassionare lo spettatore ma anche di farlo riflettere.

Certo non basterà un film per chiedere perdono alle centinaia di migliaia di vittime di omofobia della storia (solo il numero di quelle inglesi, prima dei titoli di coda, desta impressione), ma il fatto che sia un film per il grande pubblico a parlarne, di questi tempi è importante è meritevole. Perché Alan Turing era un genio, ma era soprattutto un essere umano, e ogni uomo ha diritto a non essere trattato come una macchina, e senza sottoporsi ad alcun test.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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