The Beatles: Eight Days a Week Recensione

Titolo originale: The Beatles: Eight Days a Week

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The Beatles: Eight Days a Week - recensione del film documentario di Ron Howard

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The Beatles: Eight Days a Week - recensione del film documentario di Ron Howard

John, Paul, George e Ringo: basta questo, e tutti capiscono che si parla dei Beatles, gli unici musicisti tanto famosi da essere immediatamente riconoscibili dal nome, tanto che la battuta incriminata di John Lennon all'epoca sul fatto di essere più popolari di Gesù Cristo risulta, oltre che fraintesa, più che giustificata.

Le folle adoranti di teenagers che negli anni Sessanta impazzivano letteralmente per loro e affollavano i luoghi delle loro apparizioni pubbliche, dando luogo a scene mai viste prima (e nemmeno oggi, in quelle proporzioni), l’incomprensione o il disprezzo di molti genitori nell’epoca che vide l’accendersi di uno scontro generazionale senza precedenti, il merchandising secondo solo a quello dei cartoon Disney, i dieci anni che videro la loro incredibile nascita, maturazione e fine: tutto questo è solo in parte al centro del documentario autorizzato affidato alle mani di Ron Howard, The Beatles Eight Day’s A Week, focalizzato sul periodo delle centinaia di concerti eseguiti in tutto il mondo.

Chi ama i Beatles sa che su/con loro esistono film e documentari (ne parliamo qua) e centinaia di ore di interviste audio e video, ma questa nuova testimonianza può essere un’ottima introduzione al Fenomeno e al Mito, di cui racconta gli Happy Days - è il caso di dirlo - precedenti ai lutti, ai divorzi, alle discussioni, alle liti e ai cambiamenti che portarono i quattro a maturare tanto in fretta che ancora oggi pare impossibile, guardandoli, che all’epoca dello scioglimento del gruppo nel 1970 i più vecchi, John e Ringo, avessero solo 30 anni, Paul 28 e George 27. Questo documentario a tema ci mostra quella che allora era una vera e propria vita in simbiosi, sottolineandolo con la scelta di non mostrare le loro mogli e fidanzate.

Nel film incontriamo dunque i quattro di Liverpool all’inizio della loro carriera (riassunta velocemente e con già Ringo in formazione, senza menzione di Pete Best) li seguiamo nelle loro entusiasmanti e massacranti tournée e grazie al materiale inedito registrato dai fan, a documenti preesistenti come What’s Happening! The Beatles in the USA dei fratelli Maysles, da tempo irreperibile, e alla testimonianza di Larry Kane, il giornalista che li accompagnò in tutte le date americane, saliamo con loro in aereo, li vediamo fare i matti in una stanza d’albergo, rispondere con spirito, intelligenza e umorismo alle domande spesso banali o capziose dei cronisti in conferenza stampa, fuggire sballottati nel furgone cellulare della polizia dopo l’ultimo trionfale concerto.

Ne avvertiamo la progressiva stanchezza, l’insorgere della paura (il secondo tour in America fu boicottato e minacciato dal Ku-Klux Klan e dalle destre che non perdonavano loro le posizioni democratiche, pacifiste e antirazziste), il meccanismo che prevale sul loro grande amore per la musica e la composizione e rischia di schiacciarli. Fu un miracolo se, sia pure con l’aiuto delle droghe, i quattro ragazzi riuscirono a resistere e a sopravvivere a quegli anni in cui ogni parvenza di vita normale doveva essere strappata con le unghie e con i denti al mondo. Ci riuscirono anche perché protetti da un entourage di poche e fedelissime persone sui cui spiccavano il manager Brian Epstein (scomparso per overdose di farmaci nel 1967, Neil Aspinall e George Martin, morto quest’anno, a cui il film è dedicato.

Nonostante la regia appaia a tratti un po’ fredda (ma forse è solo rispettosa) e le poche interviste esterne non sembrino tutte necessarie, per chi ama i Beatles è una gioia poterli vederli in azione e ammirare la loro capacità, come sottolinea Elvis Costello, di essere sempre intonati anche quando, in mezzo al campo dell’enorme Shea Stadium newyorkese, di fronte a oltre 56.000 persone urlanti e con un impianto di amplificazione ridicolo, non potevano letteralmente sentirsi. È bello vedere Paul e Ringo oggi riflettere sugli eventi di oltre mezzo secolo fa e lo è soprattutto ascoltare i grandi assenti, John e George. Il valore aggiunto del film sono i 30 minuti rimasterizzati e restaurati per l’occasione della performance registrata dal vivo proprio allo Shea Stadium nel 1966, presentati dopo i titoli di coda. E se ancora non sapete chi erano i Beatles, questa è l’occasione giusta per scoprirlo.

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