Stonewall - la recensione del film di Roland Emmerich

04 maggio 2016
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20 anni dopo il film di Nigel Finch, il regista torna a visitare i luoghi della rivolta che nel 1969 segnò la nascita del moderno movimento LGBT celebrato nel Gay Pride.

Stonewall - la recensione del film di Roland Emmerich

Colpisce che il nuovo film di Roland Emmerich - voluto dal regista al punto di investirci di tasca propria in mancanza di finanziamenti per una storia che è a quanto pare ancora scomoda per il cinema hollywoodiano - sia stato duramente criticato proprio dalla comunità LGBT. Di tutte le rivolte per i diritti civili degli anni Sessanta, quella che prende il nome dallo Stonewall Inn, locale per gay, travestiti e transessuali, gestito dalla mafia e più o meno tollerato dalla polizia corrotta, iniziata la notte del 28 giugno 1969, è stata raccontata al cinema solo da un altro Stonewall, diretto nel 1995 dal regista inglese Nigel Finch, morto di Aids poco dopo la fine delle riprese. Il motivo dell'ostilità e addirittura dell'invito al boicottaggio del film di Emmerich sulla storica rivolta della comunità perseguitata e discriminata fino ad allora dalle leggi americane, che impedivano agli omosessuali anche l'accesso ad alcune professioni, sta essenzialmente in un gesto simbolico affidato a un personaggio inventato: nel film è il giovane protagonista bianco Danny Winters a scagliare il mattone che dà il via alla ribellione violenta dei clienti dello Stonewall dopo l'ennesimo raid della polizia, mentre i veri protagonisti della storia, in prevalenza di colore o appartenenti a minoranze etniche come la drag queen Marsha P. Johnson e la transgender Sylvia Rivera, citate nei titoli di coda, restano sullo sfondo.

Si tratterebbe insomma per i detrattori dell'ennesimo caso di whitewashing messo in atto da Hollywood. I difensori del film hanno invece sottolineato come degli eventi di Stonewall il pubblico non solo étero sappia poco o niente e che è comunque meglio parlarne in modo generalista che non parlarne affatto. Come è andata a finire si sa: in America il film è stato un flop da cui almeno Emmerich si rifarà col sequel di Independence Day, ma più che di quel singolo “errore” la colpa della parziale riuscita del film sta a parer nostro nella sceneggiatura piuttosto prevedibile scritta da Jon Robin Baitz, che a una buona prima metà fa seguire una seconda parte decisamente scontata.

Come ispirazione l'autore prende proprio il film di Finch - senza i numeri musicali interpretati dal trio di drag queen che commentano la vicenda a mo' di coro greco – come dimostrano i molti punti di contatto tra i due, a partire dalla presenza del bel ragazzo che arriva nel movimentato Greenwich Village di New York da un mondo molto lontano (più scafato Matty Dean nel film di Finch, più ingenuo il campagnolo di Jeremy Irvine), accomunati dall'amore infelice di un travestito (La Miranda nel film del 1995 e Ray in quello di oggi) e dalla relazione altrettanto sfortunata con l'attivista moderato del Mattachine (Ethan nel primo caso e nel secondo Trevor, il personaggio di Jonathan Rhys-Meyers). C'è poi il fil rouge della morte, il 22 giugno 1969 a Londra, di Judy Garland, vera e propria icona per una generazione di drag queen e transessuali, che non solo idolatravano Il Mago di Oz ma nella sua vita infelice vedevano rispecchiata la propria.

Il fatto è che il nuovo Stonewall racconta semplicemente l'educazione sentimentale e la maturazione di un ragazzo nel contesto newyorkese che portò alla rivolta, in un modo che appare troppo improvviso, denunciandolo per quello che è, cioè un personaggio inventato ed estraneo. Per certi versi Danny ricorda il Mark di Pride, che rappresenta lo sguardo del pubblico ma viene introdotto nella storia come un personaggio già dotato di una coscienza civile e la cui crescita all'interno del movimento risulta più naturale. Mentre il film di Finch prendeva come spunto un libro dell'attivista e storico del movimento gay Martin Duberman, le fonti del nuovo non sono rese note. Accusarlo di whitewashing ci sembra comunque un po' eccessivo, perché è vero che si tratta di una versione romanzata di fatti sui quali dopo quasi 50 anni la leggenda è quasi indistinguibile dalla verità, ma l'universo gay del periodo è ben rappresentato in tutte le sue componenti e nessuno dei realizzatori ha la pretesa di farlo passare per un documentario.

Come film Stonewall riesce a coinvolgere inizialmente, ma perdendo man mano per strada gli spunti interessanti che ha seminato, non diventa mai epico nelle sue due ore di durata. Anche se con qualche errore cronologico o licenza poetica, la colonna sonora è accattivante, è accurata la ricostruzione del periodo e sono bravi in generale gli attori, soprattutto Jonny Duchamp, molto credibile e toccante nel ruolo di Ray/Ramona. Al di là comunque delle forzature, dei salti di sceneggiatura e dei personaggi poco riusciti (come lo sfruttatore poi convertito interpretato da Ron Perlman), la visione di Stonewall può rappresentare un giusto reminder storico per capire da dove ebbero origine certe battaglie e le colorate parate del Gay Pride. Vederlo fa anche riflettere su come anche il movimento gay sia cambiato: nel 1969 i suoi trasgressivi pionieri lottavano per avere gli stessi diritti dei cittadini eterosessuali ma anche per esser lasciati in pace ed essere liberi di non omologarsi, mentre oggi il matrimonio sembra per molti diventato la rivendicazione principale e l'unico modo per sentirsi uguali a tutti gli altri.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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