Steve Jobs, recensione del biopic scritto da Aaron Sorkin e diretto da Danny Boyle

18 novembre 2015
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La vita dell'inventore di Mac e iPhone diventa una sorta di "Canto di Natale" dell'era digitale.

Steve Jobs, recensione del biopic scritto da Aaron Sorkin e diretto da Danny Boyle

I tre atti in cui si divide Steve Jobs, quelli nei quali Aaron Sorkin ha deciso di cristallizzare e concentrare i tratti essenziali della vita e della personalità dell'uomo che cambiato il nostro rapporto con le tecnologie digitali, seguono tutti lo stesso copione.
A pochi minuti dall'inizio della presentazione di un prodotto (il primo Macintosh nel 1984, il NeXT nel 1988 e il primo iMac nel 1998), Jobs è costretto all'incontro (e allo scontro) con gli stessi personaggi: il suo braccio destro Joanna Hoffman; l'amico Steve Wozniak, co-fondatore della Apple; John Sculley, CEO dell'azienda dal 1983 al 1993; l'ingegnere informatico Andy Hertzfeld;  la figlia Lisa, e sua madre Chrisann Brennan.
Seguendo le regole del caratteristico walk-an-talk sorkiniano, il film di Danny Boyle ci immerge nel cuore di questi confronti, rivelatori del carattere, delle ossessioni, delle idee dell'uomo e dell'imprenditore; e, con il passare del tempo, atto dopo atto, ci mostra un cammino, un'evoluzione, un cambiamento.  

C'è qualcosa, in questa struttura drammaturgica elaborata da Sorkin, che richiama fortemente alla memoria quella del celebre “Canto di Natale” di Charles Dickens.
Il confronto del fondatore della Apple con colleghi, amici, nemici e familiari non ha nulla da invidiare, infatti, a quello di Scrooge con i fantasmi dei Natali passati, presenti e futuri, e con il sé stesso di quei momenti: in Steve Jobs il personaggio di Michael Fassbender è costantemente allo specchio con sé stesso, si conosce tramite gli altri esattamente come lo conosciamo noi che guardiamo, e gli “altri” con cui dialoga sono i fantasmi in carne e ossa della sua vita, le ombre concrete delle sue azioni e delle sue decisioni.
Solo, ci dice Sorkin, non siamo più nella metà dell'Ottocento, e allo Scrooge del Terzo Millennio non è dato switchare il suo comportamento, binariamente, da una condizione a un'altra. Nell'era digitale sono possibili, paradossalmente, solo piccoli slittamenti tutti analogici; piccole epifanie che possono deviare la rotta di un comportamento solo di qualche grado, e solo momentaneamente, non alterandone il corso né tanto meno la destinazione.
Perché tanto, oggi, l'auto-assoluzione è facile, e immediata: basta dire, ammettere, di essere “poorly made”, fatti male. L'uomo sì, i suoi prodotti no. Mai.

Se si abbraccia Steve Jobs secondo questa prospettiva, se lo si inquadra seguendo le coordinate di quel tanto di fiaba che è possibile nelle vite vere del mondo in cui viviamo, si possono comprendere e perfino apprezzare maggiormente tutte quelle scivolate retorico-sentimentali che, sempre in agguato nelle opere di Sorkin (si veda The Newsroom), qui sembrano voler farsi centro emotivo e narrativo del film. Quelle che riguardano il travagliato rapporto di Jobs con la figlia Lisa, e che che riflettono le fragilità di un uomo che non superò mai completamente il trauma di essere un adottato, e quindi un rifiutato, prima ancora che un (pre)scelto.
Più trattenute, e forse anche più commoventi, sono le dinamiche che riguardano Steve Wozniak, che di Jobs, in questo film, è una sorta di negativo ideale, e di inascoltata coscienza: perché scavano più in profondità in maniera meno marcata, e fanno esplodere con più cinismo le contraddizioni del protagonista. Non a caso, è al Woz interpretato da un bravissimo Seth Rogen, che è affidata, nel finale, una battuta chiave rivolta a Jobs: “It's not binary. You can be decent and gifted at the same time.”

Bravissimi sono poi praticamente tutti gli altri membri del cast, da Kate Winslet a Jeff Daniels passando per Michael Stuhlbarg, mentre qualche dubbio lo suscita Michael Fassbender.
L'unico vero limite di Steve Jobs, però, sta nel fatto che il copione di Sorkin avrebbe meritato un regista diverso, uno più arrendevole (o fintamente tale, come il Fincher di The Social Network) di Danny Boyle; che invece si affanna, pur ammirevolmente, a cercare l'immagine cinematografica ad effetto, l'inquadratura sghemba, il tocco visionario.
Meglio avrebbe fatto a mettersi completamente al servizio della drammaturgia, ricercando – come il suo protagonista – il punto d'incontro tra l'usabilità (la fruibilità) e l'eleganza essenziale e rigorosa del design. A limitarsi a dirigere la fantastica orchestra a sua disposizione, senza voler esser lui stesso suonatore.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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