Sing: la recensione dell'allegro cartoon dell'Illumination Entertainment

19 dicembre 2016
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Non fa nulla di originale, ma lo fa alla grande, con ottimismo e simpatia a palate.

Sing: la recensione dell'allegro cartoon dell'Illumination Entertainment

Il koala impresario Buster Moon sta per perdere il teatro che suo padre gli comprò con i sudati risparmi. Escogita una maniera di salvarlo: organizzare una gara musicale, pescando i talenti tra i dilettanti. Tra i finalisti: il gorilla Johnny che non vuole seguire le orme del babbo criminale; la maialina Rosita, ignorata dal marito e dai numerosi figli; la porcospina Ash, mollata dal fidanzato; il cinico topo crooner Mike; la timida elefantessa Meena.

Il voto che vedete in alto a destra, quelle quattro stelle, è una consapevole e forse irresponsabile forzatura di chi scrive. Se si volesse valutare Sing dal punto di vista dell'appassionato di animazione, questa produzione Illumination Entertainment, la seconda in un anno dopo Pets, non terrebbe quanto la concorrenza Disney di Zootropolis o Oceania, nè avrebbe il fascino di lavori meno mainstream come Kubo e la spada magica. Il producer Chris Meledandri punta al budget attento: design standard per la casa dei Minions, illuminazione semplificata, poco dettaglio degli ambienti, animazioni nella norma. La storia è il tipico riscatto dell'uomo medio che tanto piace a Hollywood, immersa nell'uso spudorato di brani musicali classici (My Way, Bamboléo) o di recente repertorio accattivante radiofonico (Katy Perry, Taylor Swift). In poche parole, un recensore dovrebbe fiutare l'attacco al botteghino pianificato a tavolino, e magari ridimensionare.

Ma come si fa senza poi sentirsi in colpa? Sing si fa perdonare le sue scorciatoie creative, perché funziona. Da pazzi. Non sbaglia un colpo. Garth Jennings, che scrive e dirige, si prende una bella rivincita su coloro che non gli riconobbero nemmeno l'onore delle armi, per aver provato dieci anni fa a portare sullo schermo la Guida galattica per gli autostoppisti. Quest'impresa è meno impossibile, e grazie alla guida pragmatica di Meledandri, Sing ricorda la strategia di Hanna & Barbera negli anni Sessanta: se punti alla simpatia, la coltivi, la ceselli, puoi glissare su una tecnica raffinata. La strategia non è lontana ovviamente da quella di Pets, ma Sing ha due plus di cui il precedente non gode: il cuore e l'uso misurato della parola. C'è qualcosa di convincente e poetico nel percorso di Buster, nel suo ottimismo a oltranza che finisce per essere contagioso, scena dopo scena, trascinandoci nella malinconia sincera quando il mondo sembrerà non dargli ragione: stereotipo o non stereotipo, la sensazione è che Jennings al film ci creda sul serio, e riesce a trasmetterlo. I dialoghi sono spiritosi, senza ricorrere a urla e botta & risposta sovraccarichi, dando il tempo di decifrare le personalità di questo solare zoo. Il ritmo è omogeneo, il climax è perfetto, e con difficoltà si contengono i bimbi danzanti in sala: con difficoltà, perché un po' avremmo voglia di ballare anche noi.

E comunque, lo ammettiamo: abbiamo deciso per le quattro stelle a causa dell'entusiasta ed energico maiale tedesco Gunter. Secondo noi, se avesse visto meno di quattro stelle, ci sarebbe rimasto molto male, dopo essersi speso con tutto quell'impegno e quella grinta.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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