Segnali dal futuro: la recensione del film di Alex Proyas con Nicolas Cage

28 agosto 2009
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Elegante e molto angoscioso in alcune scene, il film di Alex Proyas non possiede la necessaria compattezza per diventare un capostipite del genere. Peccato, perché in alcuni momenti il film spaventa davvero.

Segnali dal futuro: la recensione del film di Alex Proyas con Nicolas Cage

Alex Proyas avrebbe davvero potuto essere uno dei grandi “occhi” del cinema fantastico contemporaneo. La sua capacità di costruire situazioni angosciose e atmosfere sinceramente lugubri ha sfornato negli anni momenti di grande cinema: pensiamo ad esempio all’affascinante Dark City, il suo lavoro più personale, capace di elaborare con enorme coerenza estetica una visione di “utopia negativa” tra le più ammalianti viste al cinema in tempi recenti. Ma anche Il corvo e Io, Robot avevano al loro interno sprazzi di notevole ricercatezza visiva e di padronanza stilistica. Se Proyas alla fine non si è affermato come uno dei grandi cineasti del panorama internazionale ciò probabilmente è dovuto a due fattori: prima di tutto ha troppo spesso accettato di lavorare su sceneggiature prive di contenuto, in un paio di casi neppure funzionali; in secondo luogo è un cineasta tendente a strafare, a proporre nei suoi lavori un surplus di idee, sottotrame, fascinazioni e spunti di riflessione che sfociano nell’eterogeneità.

In base a quanto appena detto sulle capacità e sui limiti del cinema di Alex Proyas, questo suo ultimo Segnali dal futuro può a buon diritto essere considerato una sorta di “summa”: trattandosi di un gigantesco film-contenitore che mescola toni e riferimenti senza soluzione di continuità, questo thriller apocalittico interpretato da Nicolas Cage riesce ad ammaliare e poi avvilire nel giro di pochissimi minuti. Quando si tratta si insinuare nello spettatore l’angoscia dell’incognito e la paura del sovrannaturale, Proyas costruisce sequenze di enorme impatto sia emotivo che cinematografico: il lavoro sulle scenografie e sull’ambientazione, unito all’attenzione per i dettagli inquietanti, sono senza dubbio il pregio più evidente di Segnali dal futuro. In più, Proyas sfrutta il trend catastrofico per regalarci un paio di disastri visivamente molto ben congegnati.

Il primo grande difetto di Segnali dal futuro è che si basa su una sceneggiatura costruita malissimo, che accumula una quantità strabordante di materiale in maniera confusa e soprattutto presuntuosa. Ad un certo punto sembra di assistere ad un’accozzaglia di cinema fantastico, dalla bislacca saga di Final Destination al cinema più “alto” di Steven Spielberg. In più, invece di “contenere” il materiale e disposizione e tentare di organizzarlo in maniera omogenea, Proyas soprattutto nella seconda parte del film si lascia andare ad uno sfogo improprio di tutto il suo estro, componendo un guazzabuglio incoerente che spreca quanto di suggestivo era stato proposto in precedenza.

Segnali dal futuro è uno di quei lungometraggi su cui è davvero difficile dare un giudizio definitivo: quante infatti sono le fascinazioni ed i buoni momenti di cinema che Proyas riesce a realizzare, tante poi sono le cadute di tono e la confusione narrativa. Alla fine, quella che rimane è una sensazione di incertezza e il sospetto che, con un lavoro più mirato prima di tutto sullo script, ne sarebbe potuto venir fuori un disaster-movie da ricordare.



  • Critico cinematografico
  • Corrispondente dagli Stati Uniti
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