Schindler's List - La recensione

27 gennaio 2020
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Uscito nel 1994, il capolavoro di Steven Spielberg raccontandoci la storia di Oskar Schindler, il più insospettabile dei Giusti, ci invita alla memoria e alla speranza dopo l'orrore dell'Olocausto.

Schindler's List - La recensione

L'emozione di vedere all'epoca in anteprima Schindler's List, per chi non l'ha vissuta, è quasi indescrivibile: l'attesa per il primo film “adulto” di Steven Spielberg (fino ad allora per lo più considerato creatore di bei giocattoli commerciali) era spasmodica, sia per le reazioni che arrivavano d'oltreoceano, dove era uscito da quasi tre mesi, che per l'argomento. Alla fine della proiezione la commozione coinvolse anche illustri critici di età, che nascondevano invano occhi lucidi e fazzoletti. Fu con questo film che Spielberg – a 36 anni e fresco del successo planetario di Jurassic Park - si conquistò sul campo i gradi di autore maturo con una storia che all'epoca conoscevano in pochi e che lui aveva condiviso col mondo, grazie alla sceneggiatura di Steven Zaillian tratta dal libro dell'australiano Thomas Keneally, lo scrittore che, dovendo acquistare una valigia, era finiro per caso a Los Angeles nel negozio di Leopold Page (nato Poldek Pfefferberg), uno degli uomini salvati da Oskar Schindler, che gli aveva raccontato la storia di come questo industriale nazista, donnaiolo e viveur, aveva sottratto a morte certa oltre 1000 ebrei impiegati nelle sue fabbriche. Dopo aver acquistato i diritti del libro e prima di convincersi a realizzarlo, Spielberg lo propone a Polanski e Scorsese, ma a determinare la sua decisione di affrontarlo in prima persona è la constatazione di quanto siano aumentati i negazionisti dell'Olocausto.

Rivedere oggi Schindler's List suscita le stesse emozioni di allora: è un capolavoro che, assieme al Pianista di Polanski, pur raccontando un episodio “a lieto fine” della Shoah, ne mostra senza filtri hollywoodiani gli aspetti più orribili e crudi. Che fosse un'opera necessaria, regista, attori e troupe lo capirono già durante la lunga e difficile lavorazione, quando, sui set in Polonia, si scontrarono (anche fisicamente) con un antisemitismo ancora vivo nella popolazione. Talmente pesante e difficile fu rievocare quei terribili momenti nella finzione, che Spielberg aveva bisogno delle quotidiane telefonate serali dell'amico Robin Williams per riposare la mente almeno per un po' e riprendere il contatto con la realtà. Nel suo primo film storico, il regista resta rigorosamente fedele alla realtà delle cose e non inventa niente: tutto quello che vediamo nel film è successo, incluso l'episodio delle vere docce (criticato da molti, incluso il regista Michael Haneke), che gli è stato raccontato da una delle sopravvissute e che troveremo nel documentario che accompagna l'uscita del film in dvd. L'unica licenza poetica che Spielberg e Zaillian si prendono, per semplificare la narrazione, è quella di unire tre personaggi vicini a Schindler nell’unico ruolo del contabile Itzak Stern, interpretato con magistrale adesione da Ben Kingsley.

All'epoca l'attore aveva già dimostrato le sue doti di meraviglioso trasformista vincendo l’Oscar per Gandhi, ma la sua capacità di rendersi irriconoscibile fa sì che, pur essendo l’attore più famoso sul set, si metta totalmente a servizio della storia, senza un dettaglio di troppo, creando un personaggio di grande forza grazie a un lavoro di sottrazione. Ma è soprattutto Ralph Fiennes che resta impresso col suo ritratto di Goeth, di cui rende la follia e la malvagità svuotando lo sguardo di ogni umanità: col suo corpo appositamente gonfiato, emana la minaccia letale, tangibile, fisica, di un essere che sa di essere impunito ed è, di fatto, onnipotente. Il suo “dialogo” con la ragazza ebrea che prende a servizio, e che maltratta perché lo attrae, e la violenza che lei è costretta a sopportare è uno dei momenti più riusciti e difficili da sopportare in un film che di scene terribili e indimenticabili ne ha in abbondanza: lo sterminio degli abitanti del ghetto, il piccolo che cerca un rifugio inesistente, disperato e respinto, e finisce per nascondersi all’interno delle latrine comuni, i camion coi bambini che partono cantando e che i genitori non vedranno mai più...

In quest’inferno in terra, riprodotto in bianco e nero dalla splendida fotografia di Janusz Kaminski, dove una bambina col cappottino rosso si aggira tra morte, violenza e devastazione, aperto dal cero dell’ultimo shabbat di pace e chiuso con quello della pace ritrovata, dove il fumo - delle sigarette, dei corpi bruciati, dei forni crematori – è il filo rosso che lega la storia in una serie di corrispondenze di grande maestria cinematografica, svetta la figura dello Schindler di Liam Neeson. All’epoca l’attore gallese è apparso in qualche film ma non è una star ed è pressoché sconosciuto al pubblico americano. Al personaggio dà la sua eleganza e il suo fascino naturale e conferisce una grande credibilità alla trasformazione graduale di un uomo arrivato in Polonia dai Sudeti per sfruttare l’ingordigia e la corruzione dei gerarchi nazisti, che finì per investire tutti i suoi guadagni per comprare le vite dei “suoi” ebrei, che grazie a lui si sono moltiplicati dando vita a una numerosa discendenza, a dimostrazione delle parole del Talmud, “chi salva una vita salva il mondo intero”.

Con Schindler’s List Steven Spielberg si riappropria con orgoglio della sua dolorosa eredità, offrendo al mondo una delle visioni artistiche più potenti di quell’immenso, inconcepibile crimine contro l’umanità che è stato l’Olocausto con un film quasi perfetto, sincero e con un messaggio positivo, in linea col suo carattere di americano ottimista. Per noi questo film bello e terribile resta la vetta insuperata della sua carriera: ogni volta soffriamo a rivederlo, ma è una di quelle visioni essenziali da tenere nella propria cineteca e da ripetere periodicamente. Per ricordare, con le parole di Primo Levi, che “questo è stato”, non abbassare la guardia e ricordare sempre di avere un cuore, come l’industriale nazista Oskar Schindler, che rinunciò alle ricchezze materiali per dare ascolto alla sua coscienza di essere umano.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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