Scary Stories to Tell in the Dark: recensione del film prodotto da Guillermo del Toro

23 ottobre 2019
2.5 di 5

Un horror per ragazzini, ricolmo di influenze kinghiane ridotte a mera estetica, che neutralizza in maniera rassicurante ogni elemento potenzialmente perturbante.

Scary Stories to Tell in the Dark: recensione del film prodotto da Guillermo del Toro

"Le storie guariscono, le storie feriscono. Se le raccontiamo abbastanza spesso, diventano vere."
Dopo queste parole, pronunciate dalla voce fuori campo della protagonista Stella, che parla di avvenimenti accaduti "nell'ultimo autunno della nostra infanzia", veniamo catapultati in una piccola cittadina americana del 1968, dove si incrociano timide ragazzine con gli occhiali in bici, bulli locali in procinto di partire per il Vietnam, la solita coppia di amici più o meno nerd che si parla coi walkie-talkie.
L'inizio di Scary Stories to Tell in the Dark, quindi, ci fa capire al volo che il territorio in cui si vuole muovere il film è squisitamente kinghiano: anche non siamo a Castle Rock, Maine, ma a Mill Valley, Pennsylvania - che peraltro fa quasi rima con la Hill Valley di Ritorno al Futuro.
Ma il kinghianesimo di questo film è di quelli che riducono la complessità dello scrittore americano a pura estetica; anzi a iconografia, senza comprenderne davvero la poetica. In questo senso, quella che nasce dalla collaborazione tra Guillermo del Toro e André Øvredal è un'operazione squisitamente contemporanea. Non a caso, l'altro paragone ovvio che salta subito all'occhio è quello con Stranger Things, a dispetto dei quasi due decenni di sfasamento temporale nelle rispettive ambientazioni.

Come e più di quella serie, Scary Stories è un film di e soprattutto per ragazzi.
D'altronde, è anche vero che il tentativo era abbastanza dichiarato. Alla base del film, una popolare serie di libri: sì dell'orrore, ma in forma di cupe fiabe per bambini e adolescenti, che non a caso ha catturato l'interesse di uno che l'horror lo ha sempre declinato in chiave romantica, favolistica e (anche felicemente, ci mancherebbe) infantile come del Toro. E, alla regia, quello che al mondo si è fatto conoscere con un film, The Troll Hunter, che pure era dell'orrore a modo suo, e che gettava le sue radici nel folklore norvegese esattamente come questo Scary Stories fa con quello americano.
Øvredal sembra cosciente del suo ruolo, che è quasi esclusivamente di servizio, e si mette completamente - pure troppo, rischiando l'anonimato - al servizio della storia ideata da del Toro. Una storia che regala un contesto narrativo unitario ad alcune delle storie tratte dai libri di Alvin Schwartz, nel quale gli echi non sono solo quelli di King, ma anche di tanto cinema Amblin, e di altre ricorrenze che oramai sono diffuse in maniera pandemica in numerosi prodotti analoghi.

Nonostante una certa inevitabile meccanicità del copione, in tutte le sue buone intenzioni, infatti, Scary Stories finisce con l'essere più di ogni altra cosa un esponente di spicco di quel filone di audiovisivi, trasversale al cinema e alla televisione, che sembra puntare tutto sulla neutralizzazione non formale ma tematica e contenutistica di tutto quello che era l'horror fino a una manciata di anni fa: dal semplice perturbante, fino allo specchio in cui di rielaboravano le principali istanze sociali e politiche del contesto storico in cui il genere era calato.
Tutto quello che è importante, in Scary Stories, non è l'estetica, non solo i vari mostri - più o meno riusciti - che lo popolano, non sono nemmeno i personaggi e i loro supposti archi narrativi. Cosa è importante ce l'hanno detto chiaramente e subito, all'inizio: sono le storie, le storie in quanto tali, il racconto nella sua forma più superficiale ed evidente, ridotto a puro strumento di evasione.
A poco servono allora anche sottotesti un po' sprecati, come il parallelismo tra la sparizione dei ragazzi per via della maledizione e i morti in Vietnam, così come il discorso sulle fake news antelitteram, o ante-social.
Per parafrasare il suo incipit, una storia come quella di questo film, allora, può certo intrattenere il suo target di riferimento, ma non guarirà (né tantomeno ferirà mai) nessuno. E non avrà mai la forza e lo spessore per diventare "vera" dentro di noi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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