Room, la recensione del dramma con Brie Larson diretto da Lenny Abrahamson

18 ottobre 2015
4 di 5
70

Una delle sorprese dell'anno, vincitore del premio del pubblico a Toronto.

Room, la recensione del dramma con Brie Larson diretto da Lenny Abrahamson

Il regista irlandese Lenny Abrahamson è reduce dalla commedia malinconica Frank, in cui il protagonista indossava perennemente una maschera per affrontare il mondo, mentre la giovane protagonista di Room non può permettersi questo lusso. Le atmosfere del film sono completamente differenti, visto che seguiamo le vicende di una giovane donna rinchiusa da sette anni all’interno di una stanza chiusa. Rapita da un uomo che la tiene prigioniera, vive con il suo bambino di cinque anni. Il mondo per il piccolo Jack si limita a questa stanza. Così gli ha detto la madre, Ma, per proteggerlo dalla drammatica situazione in cui sono costretti a vivere. L’ha cresciuto in un mondo immaginario, limitato nello spazio, ma in cui si ritagliano molti momenti di gioia.

L’unica avvertenza è quella di chiudersi nell’angusto armadio quando la porta blindata si apre e un uomo entra nella stanza per venire a trovare Ma. In alto c’è una piccola finestra, da cui filtrano la luce, i rumori dell’esterno, il vento che scuote gli alberi del giardino e la pioggia che diventa una distrazione con la quale impiegare ore di quelle giornate sempre uguali. Il mondo al di fuori, che per Ma è utile a mantenere viva la speranza che in un modo o nell’altro riusciranno a fuggire.

Room è un film di spazi interiori, ben più che esteriori, in cui Brie Larson dà un’altra dimostrazione delle sue grandi capacità. Dopo Short Term 12, si conferma una delle attrici che segneranno pagine importanti del cinema che verrà. La sua capacità di interiorizzare il dramma che sta vivendo è una dimostrazione di rara intensità dell’amore assoluto di una madre per il proprio figlio; entrambi costruiscono la loro coreografia quotidiana misurando gli spazi di comunicazione e di fuga. Ma è vittima di una delle dimostrazioni di perfidia più atroci che un uomo può infliggere a un altro essere umano: costringerlo a confidare nell’assenza di libertà come stampella emotiva. Tanto che quando finalmente riescono ad uscire dalla stanza, mentre Jack rimane sconvolto alle prime, ma poi conquistato, da un mondo che assume dei confini sterminati, per Ma il rinculo emotivo del libero arbitrio e il non dover più indossare i panni della regina in un mondo fiabesco inventato per il suo piccolo principe, le procurano un crollo.

Gli anticorpi necessitano di un lungo e doloroso percorso di genesi quando per sette anni ci si è convinti di non averle neanche certe ferite. Sanguinano tutte insieme, quando il loro mondo si popola di una famiglia soffocata dal mondo al di fuori della “stanza”, dai media in caccia della storia strappalacrime. Abrahamson adatta il libro di Emma Donoghue - uscito da Mondadori col bel titolo Stanza, letto, armadio specchio - con rispetto e sensibilità, senza mai cedere all’eclatante, al morboso. Room si aggiunge a un filone di cinema post traumatico, indagine autoptica sulle tracce rimaste dopo un dramma, più che racconto del dramma in sé. Alla sempre più affollata schiera delle performance da notare di bambini al cinema bisogna poi aggiungere Jacob Tremblay, stupefacente Jack, fra ingenuità e coraggio.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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