Rocketman: la recensione del biopic musicale su Elton John presentato al Festival di Cannes 2019

17 maggio 2019
2.5 di 5
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Nonostante la retorica, l'autoindulgenza e l'agiografia, un passo avanti per Fletcher rispetto a Bohemian Rhapsody. Un film che sbaglia, ma per eccesso di generosità.

Rocketman: la recensione del biopic musicale su Elton John presentato al Festival di Cannes 2019

Con addosso un affatto discreto abito da diavolo, con tanto di ali fatte di piume rosse e nere e corna ricoperte di paillettes, l’Elton John di Tarton Egerton attraversa a passi lunghi e rabbiosi un corridoio, sbattendo ben bene a terra gli alti tacchi delle sue scarpe. Entra in una stanza, si getta su una delle sedie che formano un circolo di persone, e inizia la sua confessione: “Mi chiamo Elton Hercules John, e sono un alcolizzato.” Ma anche, aggiunge, dipendente da cocaina, sesso e shopping, con un’inclinazione per molte altre droghe (legali e non).
Rocketman comincia così, e così continua. Perché il film di Dexter Fletcher altro non è che una lunga sessione di auto-aiuto, in cui uno dei cantanti più famosi e ricchi della storia della musica racconta la sua vita, con tutte le tappe fondamentali che ci si possono aspettare: l’infanzia, il rapporto difficile con due genitori anaffettivi, la scoperta del suo talento, l’incontro con Bernie Taupin, quello con John Reid, l’ascesa inarrestabile e gli inarrestabili abusi di droga e alcool, fino alla caduta, e - appunto - al rehab che ne ha segnato una rinascita.

Era facilmente prevedibile che un film dedicato a un artista ancora vivo e vegeto, e per giusta promotore e produttore del film sulla sua vita, potesse finire in territori agiografici e celebrativi, e così è stato. E, considerato che Elton John è Elton John, non c’è nemmeno da stupirsi di fronte all’ossessione che il film prova per il gusto camp del cantante, per i suoi leggendari travestimenti, per gli occhiali e le scarpe e i lustrini, e che quel gusto lì sia finito per diventare la cifra estetica di tutto Rocketman.
Un po’ più sorprendente che il film, in più di un’occasione, miri a modelli molto alti, e che non immediatamente si sarebbero messi in relazione con l’universo musicale e l’immaginario legati a Elton John.

Dexter Fletcher, lo sappiamo, è l’uomo che prese il posto di Bryan Singer sul set di Bohemian Rhapsody. E, fin dalle prime scene, sembra evidente come cerchi di rimarcare una differenza con biopic su Freddie Mercury, ma senza che questo significhi una radicale rottura stilistica.
Perché sì, ci sono di nuovo tutte le ingenuità e le retoriche e le semplificazioni, ma bastano pochi minuti, ed ecco Rocketman mostra subito due elementi che in Bohemian Rhapsody erano completamente assenti: un flirt con il fantastico e l'immaginifico, e numeri da musical. Perché dalla riunione in cui confessa e affronta le sue dipendenze, raccontando la sua storia, Elton John si ritrova di fronte a sé stesso bambino, e nella casa della sua infanzia, e lo fa cantando.
E così, tra un numero e l’altro, e col passare degli anni, quando si arriva a parlare degli anni più perduti e dissoluti del cantante, ecco che Rocketman strizza più di un occhio - Elton allo specchio che sorride forzatamente prima di andare in scena, tutta la scena del suo infarto e il relativo numero musicale - a un capolavoro come All That Jazz. Come può e come sa.

Più coraggioso quindi di Bohemian Rhapsody (ma nemmeno poi troppo) e forse perfino più fallace, Rocketman però quando sbaglia sbaglia per eccesso, e non per difetto. Per eccesso d’energia, ingenuità e amore verso la storia - e il personaggio - che racconta, del quale riesce tutto sommato a rispettare l’aspetto più vitale e bulimico senza penalizzare troppo quello tragico, e - soprattutto nella prima parte, prima che l’accumulazione, la frenesia e l’autoindulgenza diventino eccessive: quelle del film, non solo quelle di Elton - utilizzandone la musica in maniera riuscita sia sul piano delle emozioni che su quello del racconto.

Il racconto di Rocketman, alla fine dei conti, è quello di un uomo che con fatica ha dovuto imparare a farsi carico delle sue responsabilità, ad amare e rispettare sé stesso prima di aspettarsi o pretendere l’amore e il rispetto degli altri. E, come quell’uomo, anche il film di Fletcher si vuole forse abbastanza bene da solo da non curarsi più di tanto del giudizio di chi guarda. E si vuole da solo bene abbastanza da non farsi volere nemmeno troppo male.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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