Robin Hood: La recensione del film Disney con il tema musicale più virale mai scritto

31 gennaio 2020
3.5 di 5

A parte la colonna sonora, Robin Hood è la summa delle capacità di caratterizzazione dei veterani Disney, seppur appesantito da una certa pigrizia.

Robin Hood: La recensione del film Disney con il tema musicale più virale mai scritto

Robin Hood del 1973 è una rivisitazione animata, con animali antropomorfi, della storia del famoso fuorilegge che "ruba ai ricchi per donare ai poveri": mentre re Riccardo è impegnato con le Crociate, a Nottingham spadroneggia il suo lagnoso fratello re Giovanni (un leone), affiancato dal lacché Sir Hiss (un serpente) e dallo Sceriffo (un lupo). A opporsi ad angherie e tassazioni folli, ci sono Robin Hood (una volpe) e il suo fidato Little John (un orso), mentre Robin sogna di poter coronare il suo sogno d'amore con la bella Lady Marian (un'altra volpe), difesa e accudita dalla spavalda gallina Lady Cocca.

Prima di abbandonarci al valore indiscutibile che avvolge questo film in nome delle nostra infanzia, dovremmo prendere coraggio e, da appassionati storici disneyani, notare alcuni difetti che appesantiscono il 21° classico del canone Walt Disney Animation Studios. Robin Hood viene realizzato nella prima metà degli anni Settanta, quando l'animazione di stampo fiabesco entra nel suo più nero periodo di crisi: se teniamo presente che un successo di pubblico del 1972 è il provocatorio Fritz il gatto di Ralph Bakshi, capiamo che la Disney, per quanto ci sembri incredibile oggi crederlo, gioca in questi anni in pura difesa.
Diretto da Wolfgang Reitherman e animato da Milt Kahl, Ollie Johnston, Frank Thomas e John Lounsbery, cinque dei mitici "Nine Old Men" (i fedelissimi nove di Walt), Robin Hood prosegue sull'onda conservatrice di un intrattenimento votato all'infanzia, privo di rischi e paure degne di questo nome, con un cattivo caricaturale, una risoluzione farsesca e un cast corale prigioniero di una storia che si conosce già. Narrativamente quindi Robin Hood è solo una pantomima divertita, già pronta per il passaggio televisivo, con fondali estremamente piatti e poco dettagliati, un uso praticamente nullo della famosa Multiplane Camera tridimensionale e un riciclaggio di modelli piuttosto imbarazzante.
Qualunque appassionato si accorge infatti che alcuni personaggi sono uguali, in grafica e personalità, a corrispondenti del Libro della Giungla: Little John è Baloo (in originale e in italiano condividono persino gli stessi doppiatori!), Sir Hiss è Kaa, gli avvoltoi sono quelli del film precedente, dotati però di armature. Addirittura vengono riciclate, nella scena della festa notturna, animazioni dai party di Biancaneve e Gli Aristogatti. La cinghia si tira nei pur adorabili titoli di testa, dove vengono riproposte animazioni del film, con font molto freddi e poco curati.

Notare questi limiti sembra però quasi un dovere, perché se mai c'è stata, fino alla fine della loro carriera, una qualità preziosissima dei Nine Old Men, era la loro capacità di caratterizzare dai protagonisti ai comprimari in modo indelebile, riciclaggi a parte: grazie ad animazioni che non risentono del budget quanto altri elementi del film, la recitazione dei personaggi è di un'espressività indimenticabile. Da adulto la leggi come un'esibizione di professionalità di grandi artisti prossimi alla pensione (avrebbero salutato con il successivo Le avventure di Bianca e Bernie, nel 1977), da bambino rimani stregato e convinto che quelle sequenze di disegni abbiano davvero vita propria, che colgano e restituiscano animali parlanti vivi. Come nel precendente Aristogatti, la carrellata di tipi e parlate è uno spettacolo a sè stante, cabarettistico e non profondo a livello narrativo come sarà nel Rinascimento degli anni Novanta, ma non di meno irresistibile. Se Lady Cocca è entrata nell'immaginario collettivo come alter ego della madre di Zerocalcare nei suoi fumetti, un motivo ci sarà. Il sagace rapporto di sudditanza tra Hiss e Giovanni, unico caso in cui Johnston abbia animato dei cattivi, è un altro fiore all'occhiello.
Poche perplessità infine sopravvivono riascoltando il tema musicale disneyano più citato e più usato come suoneria dei nostri cellulari: "Whistle Stop" di Roger Miller, voce originale del menestrello Cantagallo, è uno dei simboli dell'infanzia serena retta dalla qualità Disney doc, non lo si potrà mai negare.
Un inchino dunque a quella favolosa, indimenticata squadra, per averci reso così difficile sottolineare i difetti del loro lavoro, solo grazie all' "illusione della vita" che hanno perseguito e ottenuto con un tale successo per quarant'anni.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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