Risorto, recensione del film sulla Resurrezione di Cristo interpretato da Joseph Fiennes

07 marzo 2016
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Tra procedurale in sandaloni e film per il catechismo dei ragazzi, con un Joseph Fiennes più a suo agio con la daga che coi dubbi spirituali.

Risorto, recensione del film sulla Resurrezione di Cristo interpretato da Joseph Fiennes

Oltre a essere stato per una oltre un decennio il regista di fiducia di Kevin Costner, che ha diretto in Fandango, Robin Hood – Principe dei ladri e nel vituperato Waterworld (che è invece un film sottovalutato e molto divertente), Kevin Reynolds è anche quello che ha fatto fare a Jim Caviezel il Conte di Montecristo e a James Franco il Tristano della saga arturiana.
Non sorprende, allora, che in Risorto possa aver ritenuto appropriato e credibile Joseph Fiennes nei panni del tribuno romano Clavio: uno che non fa a tempo a lavarsi di dosso il sangue nel quale ha soffocato una volta guidata da tale Barabba (sic.) che gli viene ordinato dal suo diretto superione Ponzio Pilato di andare a vedere come procede la crocefissione di un certo Gesù Cristo. E che, quando il cadavere di questo giudeo sparisce dal suo sepolcro, viene incaricato di ritrovarlo, perché altrimenti – tra Caifa e il Sinedrio che scalpitano, e la visita dell'Imperatore Tiberio alle porte – la situazione in Giudea rischia di degenerare.

Insomma, se non si fosse capito, Risorto è una sorta di versione spettacolare e hollywoodiana de L'inchiesta di Damiano Damiani, che racconta dapprima dell'indagine di Clavio sulla sparizione del corpo di Gesù, e poi – con l'astuto ausilio dello strabismo del suo protagonista – dello stupore, del turbamento e dei conflitti interiori del tribuno quando questi si trova di fronte a un Gesù risorto, che appare ai suoi apostoli e alla Maddalena sotto gli occhi sbarrati del romano.
Proprio il confronto con il Cristo "etnicamente corretto" di Cliff Curtis, che guarda Clavio con un mix di scherno e compassione, come a sfidarlo a mettere in gioco tutto sé stesso e le sue verità, segna uno spartiacque piuttosto netto non solo nella storia ma anche nella messa in scena del film di Reynolds.

Fino a quel momento, infatti, Risorto era una sorta di bizzarro incrocio tra un sandalone classico e un procedurale scritto da Valerio Massimo Manfredi, nel quale la Maddalena era una dark lady ante litteram e gli Apostoli un gruppo di simpatici esaltati dallo sguardo spiritato ma, tutto sommato innocui come nemmeno gli Hare Krishna.
Di fronte all'evidenza della resurrezione, il film invece prende una piega spirituale che, purtroppo, fa anche rima con banale, e che sintetizza episodi del Vangelo in una serie di scenette buone per un video realizzato per il catechismo dei bambini, di cui il povero Clavio è testimone sempre più attonito.

Così, mentre Cristo ascende al Padre perdendosi nella luce dell'alba, al romano non rimarrà che vagare ansioso per il deserto, sconvolto da una rivelazione che non è evidentemente pronto ad accettare: utile artificio narrativo per chiudere il cerchio di un film che si era aperto con un flash forward nel quale si sintetizzava già tutto il repertorio di espressioni e smorfie di un Fiennes che rende meglio nel gonfiare il bicipite che non nel mettere in scena un travagio spirituale.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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