Ricatto d'amore: recensione della commedia romantica con Sandra Bullock e Ryan Reynolds

19 maggio 2020
1.5 di 5

Una tirannica editor letteraria arriva a schiavizzare il suo assistente fino a chiedergli l'impensabile.

Ricatto d'amore: recensione della commedia romantica con Sandra Bullock e Ryan Reynolds

Possibile che una donna in carriera al cinema possa essere al centro di una storia solo se è insopportabile con i suoi sottoposti, specie con gli uomini, utilizzando quindi uno schema di sopraffazione e potere eterno, solo ribaltato e con una breve scossa ai cromosomi? Sembrerebbe di sì, almeno per le penne annoiate degli sceneggiatori delle commedie hollywoodiane degli anni 2000. Sandra Bullock è al centro di questo Ricatto d’amore, che in originale rievoca The Proposal, la proposta che è costretta a fare al suo assistente, obbligandolo a sposarla per non dover essere rimpatriata per problemi a un visto d’immigrazione. Sì, se vi stupite è proprio così, perché è canadese. Sembra lo spunto per una improbabile freddura da bar al terzo giro di cocktail, invece è la premessa che mette in moto - si fa per dire - questa commedia romantica diretta da Anne Fletcher nel 2009.

La prima sequenza sembra presa di peso da Il diavolo veste Prada, con la tirannica e perfida Margaret Tate, boss di una casa editrice newyorkese, che arriva di buon mattino in ufficio, con tutti i suoi sottoposti pronti a subire le consuete angherie quotidiane. Vittima preferita l’assistente Andrew Paxton (Ryan Reynolds), che la sopporta da tre anni solo perché il suo sogno è quello di diventare finalmente editor. Al centro dei suoi compiti, come da copione, c’è la giusta bevanda calda per la colazione, che ovviamente si rovescerà addosso creando nuovo panico pronto ad alimentare l’ansia giornaliera. 

Il problema è che la Bullock non ha il carisma di Meryl Streep, e il ruolo non fa altro che renderla antipatica e non sfruttare la sua principale dote, l'ironia empatica, di cui dovrebbe invece giovarsi un Reynolds spaesato e altrettanto imbalsamato, ben lontano dagli slanci di piacevole scorrettezza di Deadpool.

Neanche il tempo di creare qualche minima dinamica lavorativa nella casa editrice, che la Bullock si inventa il matrimonio lampo per non venire deportata in Canada, e lasciare così campo libero all'editor anziano che ha appena licenziato, andando nel fine settimana insieme a Reynolds (lui sì, nella vita, canadese) nell’Alaska di cui è originario per il compleanno della nonna, e per annunciare a tutto il parentame, con l’occasione, il loro imminente matrimonio. Un ricatto d’amore, per l’appunto. Che bello, l’Alaska, viene da dire. Scenari incontaminati di natura selvaggia. Peccato si veda in maniera evidente, a causa di effetti digitali dopolavoristici, che in realtà le scene in barca e nella splendida residenza della ricca famiglia di Reynolds non siano girate da quelle parti, ma ricostruite in Massachusetts.

I due però non si conoscono, o meglio lui sa tutto di lei, da buon assistente personale a.k.a. schiavo, mentre lei è troppo presa dalla sua carriera e la sua misantropia per sapere qualcosa in più del suo cognome. Inutile dire che nel fine settimana il loro reciproco evitarsi, diciamo pure l’odio che provano l’una per l’altro, si trasformano in qualcosa di diverso. Imparano a conoscersi, cambiano, o meglio è lei a dover cambiare, perché quella strampalata famiglia le aprirà gli orizzonti. Se avete voglia di cambiare canale non possiamo che comprendervi in pieno. Tutto scontato, prevedibile e poco divertente.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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