Resta anche domani: la recensione del film con Chloë Moretz

12 settembre 2014
2.5 di 5
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Un delicato romanzo di formazione a cui non giova la rappresentazione di uno stato fra la vita e la morte.

Resta anche domani: la recensione del film con Chloë Moretz

A soli 17 anni, Chloë Grace Moretz ha già sfondato nel milionario universo dei cinecomic, ha lavorato con i maestri Tim Burton e Martin Scorsese, è stata la protagonista di due celebri remake di horror, ha fatto il verso alla celebrity culture grazie a l'auteur Olivier Assayas e dal 9 ottobre sarà al fianco di Denzel Washington nell'action-thiller The Equalizer.
Un bel curriculum, non c'è dubbio, nel quale però mancava un film romantico in grado di appassionare un pubblico prevalentemente femminile di età compresa fra i 12 e i 18 anni, un teen weepie insomma (da to weep = piangere), in grado di intrecciare le amorose cose con la location ospedaliera, luogo divenuto narrativamente accattivante all'indomani dei vari Grey's Anatomy e Dr House.

Per l'attrice l'occasione si presentava sotto forma di un adattamento del bestseller di Forman Gayle “Resta anche domani”, e siamo convinti che abbia fatto bene a coglierla, perché non accade tutti i giorni di potersi cimentare simultaneamente in tre ruoli: nella fattispecie in un'adolescente in coma, nella ragazza che quest'adolescente era prima dell'incidente automobilistico che ha messo a repentaglio la sua vita, e in un suo sé che vaga in una specie di limbo tra il nostro mondo e l'aldilà.

Ora, se la particolarità del libro e del film, in altre parole ciò che gli conferisce un senso e un messaggio morale, sta nella scelta fra la vita e la morte che la protagonista è costretta a fare, è proprio nel segmento spazio-temporale che ospita questo dilemma che risiede la parte più debole di Resta anche domani: debole sia da un punto di vista stilistico – con l'ovvio ricorso all'effetto flou – che recitativo, perché le numerose emozioni contrastanti a cui dar voce non sono esattamente alla portata di qualsiasi attore, soprattutto quando i passaggi sono così repentini.

Non abbastanza matura per questo tour del force dei sentimenti, la bella Chloë è invece piuttosto brava nel lungo flashback in cui si narra della passione di Mia per il violoncello e della sua love-story con il rocchettaro Adam.
Per quanto classico, questo piccolo romanzo di formazione con tanto di out out fra felicità amorosa e realizzazione professionale costituisce già un film in sé.
Se fosse stato lasciato da solo, si sarebbe forse perso in mezzo a cento storie di prime volte, ma qualcuno ne avrebbe ricordato la delicatezza di fondo e la cura per l'elemento scenografico (con la bizzarra casetta di Mia e quella Portland di cui abbiamo tanto sentito parlare da Chuck Phalaniuk).
Altri ne avrebbero rammentato la simpatia che ispirano i genitori di Mia, anche loro rocchettari, e perfino l'originalità di un giovane frontman che, invece di abbandonarsi alle lusinghe delle groupies e di distruggere camere di hotel, si comporta da fidanzato protettivo.

Purtroppo, se tagliassimo il segmento in corsia, l'intera operazione risulterebbe snaturata. Quindi non rimane che bere fino in fondo l'amaro calice della rappresentazione del dolore umano, prima della catarsi di un finale che sembra scontato ma in realtà non lo è.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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