Ready Player One Recensione

Titolo originale: Ready Player One

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Ready Player One, la nostra recensione del film di Steven Spielberg

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Ready Player One, la nostra recensione del film di Steven Spielberg

Nel 2045 il diciassettenne Wade (Tye Sheridan) cerca come tutti rifugio nella realtà virtuale dell'OASIS, creata dal leggendario programmatore James Halliday (Mark Rylance). Alla morte di quest'ultimo parte una caccia al tesoro, anzi a un easter egg contenuto nel codice stesso dell'OASIS: Halliday voleva infatti lasciare l'azienda a chi riuscisse a risolvere tre enigmi legati a pietre miliari della cultura nerd. Wade o per meglio dire Parzival, il suo avatar nell'OASIS, raccoglie la sfida, insieme alla misteriosa Ar3mis (Olivia Cooke) e altri amici virtuali. Purtroppo OASIS fa gola anche all'affarista Nolan Sorrento (Ben Mendelsohn)...

Pubblicato nel 2010, il romanzo Ready Player One di Ernest Cline è diventato un cult per ogni appassionato di videogiochi e argomenti limitrofi. Il motivo per cui lo è diventato è anche quello per cui questo adattamento diretto da Steven Spielberg, cosceneggiato dallo stesso Cline e Zak Penn, ci lascia più freddi. Il libro non è solo un trionfo di citazionismo fine a se stesso, ma si respira una vera condivisione di una cultura ormai quarantennale: sulle pagine Wade, Art3mis e gli altri, giovanissimi, si riconoscono in un patrimonio passato di pionerismo noto a chi è quarantenne come chi scrive. Con meticolosità, precisione, dettaglio, che diventano un omaggio ai reali autori di videogiochi citati. La presenza di questo passato in un contesto distopico fantascientifico, credibile evoluzione dei MMORPG e degli esports attuali, è un vero processo di storicizzazione come raramente il videoludo ha sperimentato. Nonostante nella sceneggiatura i videogiochi e in generale il vintage anni Ottanta rimangano ovviamente centrali nel meccanismo narrativo, divengono invece nel film secondari a un livello più puramente emotivo e sensoriale. Era forse inevitabile: una descrizione di un'avventura testuale come Zork non è cinematografica, mentre la "realtà virtuale" lo è sicuramente di più. Spielberg l'abbraccia liberandosi delle costrizioni fisiche della macchina da presa, con quella performance capture che l'ha così entusiasmato in Le avventure di Tintin e Il Grande Gigante Gentile. La rintronante centrifuga di movimento sullo schermo però, più che celebrare i videogiochi come fa il romanzo, inquadra bene la visione che di questi hanno i non addetti ai lavori e i non appassionati: un casino sensoriale che ti spappola il cervello. Nel marasma s'intravede ancora quell'anima vintage, ma come si può intravedere nei flutti di una tempesta un uomo in mare che si sbraccia disperato.

Chiunque ami un romanzo teme sempre i tagli e le modifiche nel trasloco sullo schermo: nel caso di Ready Player One la difficoltà della trasposizione era peggiorata dalla quantità di citazioni, che al cinema necessitavano di permessi e licenze. Il compromesso legale che ci ha infastidito di più è la sostituzione di un lungometraggio di culto per ogni geek come Wargames con un altro che non sveliamo e davvero molto poco pertinente. La modifica narrativa più imperdonabile, almeno a nostro parere, riguarda invece la rivelazione anzitempo del vero aspetto di un personaggio chiave: facile intuirne le motivazioni hollywoodiane e di allargamento del target, però è un'idea che bagna le polveri. Abbracciare i drammi dei personaggi non è poi sempre facile nelle due ore e venti di durata, con dialoghi a mitraglia che, sovraccarichi di informazioni, sacrificano alcuni passaggi emotivi all'altare degli spiegoni.

L'unico elemento stupefacente di Ready Player One è esterno al film stesso: scatenato giocattolone ipercinetico, a metà strada tra il chiasso di Michael Bay e l'estetica CGI di un Luc Besson, è allineato agli standard dei blockbuster attuali, eppure è realizzato da un regista che ha 71 anni e appena un mese fa si è rilassato con campi e controcampi sereni raccontandoci dei Pentagon Papers in The Post. Più del film, è Spielberg stesso con le sue scelte artistiche a rendere credibile la morale di Ready Player One: l'evasione dalla realtà va calibrata, è una moderna conquista dell'immaginazione ma non deve dissipare il nostro senso del reale. E se nel bailamme generale il messaggio sopravvive, lo si deve al coraggio professionale del regista e all'umanità di un perfetto Mark Rylance, nelle poche ma significative scene che abita.

Ready Player One
Nuovo Trailer Ufficiale Italiano del Film - HD
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Domenico Misciagna
  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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