Quel fantastico peggior anno della mia vita: la recensione del film vincitore al Sundance 2015

14 agosto 2015
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Un racconto di crescita sull'amicizia e la malattia.

Quel fantastico peggior anno della mia vita: la recensione del film vincitore al Sundance 2015

Il cinema di formazione è da sempre uno dei più generi più fecondi del cinema americano. In questi ultimi anni tanti piccoli o grandi epigoni di John Hughes escono dal Sundance, poi, con storie che alimentano l’archetipo del cinema ambientato nelle high school, che racconta il decisivo periodo scolastico. Sarà una casualità, o lo spirito dei tempi, ma arriva ora Quel fantastico peggior anno della mia vita, un altro film, dopo Colpa delle stelle, che inserisce la tematica della malattia, il cancer movie, all’interno del suddetto genere. Ma qui, sia detto subito, c’è una capacità di elaborazione formale di altro livello.

Senza indugiare troppo sull’aberrazione del titolo italiano, quello originale Me and Earl and the Dying Girl sintetizza la vicenda raccontata. Greg è un liceale all’ultimo anno che vuole essere amico di tutti e di nessuno, anonimo nella massa, per diplomarsi senza troppi danni e iscriversi all’università. Passa l’adolescenza con il suo migliore amico di sempre, Earl, con cui si dilettano a rifare alcuni grandi classici della storia del cinema, parodiandone i titoli. Per essere precisi per lui Earl è un collega, più che un amico. La madre un giorno la obbliga a passare del tempo con Rachel, una sua compagna di classe fino ad allora bellamente ignorata, a cui è stata diagnosticata una leucemia.

Sceneggiato da Jesse Andrews, adattando il suo stesso romanzo, è diretto da Alfonso Gomez-Rejon, ragazzino di 12 anni quando usciva Breakfast Club. Cresciuto in piena zona Cormac McCarthy, al confine con il Messico lungo il Rio Grande, ha fatto una gavetta lunga anni come assistente personale, regista della seconda unità, in pubblicità. Martin Scorsese, Nora Ephron, Alejandro Gonzalez Inarritu, Robert De Niro, sono alcuni degli autori con cui ha lavorato, passando poi alla regia di serie televisive come "Glee" e "American Horror Story". Esperienze e autori molto diversi uno dall’altro, mentre è stata la perdita del padre a spingerlo a scegliere questa sceneggiatura per il battesimo al cinema, anche se ha poi diretto prima un altro film, The Town That Dreaded Sundown.

Il rischio in queste storie è sicuramente quello di esagerare con l’induzione alla commozione, da una parte, ma anche con il cinismo o l'elemento comico. Si nota il lodevole lavoro di Gomez-Rejon nel bilanciare il tutto, nel trovare un equilibrio sottile all’insegna della credibilità e dell’umanità dei personaggi. Specie nella prima parte, quella visivamente più personale, Quel fantastico peggior anno della mia vita è un film seducente e originale, nel quale siamo condotti dalla voce fuori campo di Greg, che sembra convinto del fatto suo. Ci presenta i diversi gruppi sociali che popolano la giungla dell’high school, con tutti che convergono verso il luogo comune rappresentato dalla mensa, popolata da animali feroci e insicuri.

Greg usa il cinismo e l’ironia come arma difensiva nei confronti della paura di crescere, di ritrovarsi all’università e poi nella vita adulta in un contesto peggiore di quello scolastico, per lui praticamente infernale. Le sue giornate in trincea sono monotoni tappe di trasferimento in cui quello che conta è non subire troppo. Appena può si rinchiude con Earl nell’ufficio dell’eccentrico professore di storia a vedere film d’autore, soprattutto di Werner Herzog e con Klaus Kinski. Lui non aveva intenzione di frequentare Rachel, la ragazza malata, non lo nasconde neanche a lei. Anche per questo i due inizieranno a trovare un terreno comune, una frequentazione quotidiana, parlando d'altro, vedendo i loro film. Presto si conosceranno così bene - con qualche incursione di Earl - da potersi ferire in maniera molto dolorosa. Un rapporto che, non causalmente, si sviluppa solo a casa o in ospedale, quando Rachel emerge dalla massa ferale dei compagni di scuola, a causa della malattia.

Quel fantastico peggior anno della mia vita è un film di spazi: quelli vuoti che ci frappongono agli altri, quelli che dividono una finestra al secondo piano di una tipica casa suburbana americana dalla porta d’ingresso; quelli in cui gli scoiattoli possono muoversi in libertà, senza rendere conto a nessuno; quelli di una scala antincendio che diventa un microcosmo in cui ci si sente al sicuro.

L’elenco delle università che li aspettano è un mattone spesso come l’elenco del telefono, che non si riesce ad aprire per quanto è pesante, meglio un libro alleggerito dalla fantasia. Ma a quell’età non si vive se non in un presente eterno, pur con la sensibilità e l’intelligenza - a scuola marchio di esclusione, piuttosto che sintomo di eccellenza - di capire quando mamma dice “vai, che sennò te ne pentirai per tutta la vita”.

Thomas Mann è semplicemente splendido: dinoccolato e insicuro, istrionico e sperduto. Anche l’emergente Olivia Cooke e l’esordiente RJ Cyler sono molto azzeccati: tanto che l’affiatamento dei tre protagonisti è un altro valore aggiunto del film. Brian Eno ha poi composto le musiche, mai troppo invasive, un po’ come tutto il film, equilibrato, sincero. Dopo altre perle come Noi siamo infinito o, con risultati inferiori, l'inedito in Italia The Spectacular Now, l'high school movie indipendente americano torna a dimostrare di essere vitale e capace di rigenerarsi. Far (sor)ridere e piangere nello stesso momento: se non è il nirvana di ogni autore poco ci manca. E Gomez-Rejon riesce nell'ardua impresa, evitando i rischi della bella confezione furbetta e modaiola o il ricatto emotivo da cancer movie.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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