Prova a prendermi: la recensione del film di Steven Spielberg

22 aprile 2020
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Una storia incredibile, irrefrenabile e spettacolare, raccontata da Spielberg con la consueta maestria rimanendo a cavallo tra Hitchcock e la commedia anni Sessanta, e tramutata in un apologo contro la vacuità delle apparenze e sui dolori che vi si celano al di sotto. Molto bravi Hanks e DiCaprio, maestoso Christopher Walken.

Prova a prendermi: la recensione del film di Steven Spielberg

In fondo tutto quello di cui parla Prova a prendermi è raccontato da subito negli splendidi titoli di testa, disegnati da Olivier Kuntzel e Florence Deygas. Non solo perché in quelle figure disegnate che si muovono sullo schermo vengono anticipate le mosse e le peripezie dei due protagonisti, il truffatore e falsario Frank Abagnale Jr. di Leonardo DiCaprio e l’agente dell’FBI Carl Hanratty di Tom Hanks.
All’inizio quei titoli sembrano ricalcare, così come la musica di John Williams che fa da sottofondo che rifà Bernard Hermann, quelli hitchockiani di Saul Bass; e poi si tramutano in un più lieve e gioioso omaggio all’immaginario della jet age, di quegli anni Sessanta colorati e spensierati così spesso raccontati da Hollywood nella commedia dell'epoca che verranno sconquassati sul loro finire dall’arrivo della contestazione e della controcultura.
E allora, in quei titoli, ecco che già Steven Spielberg ci mette di fronte ai suoi più grandi riferimenti formali, stilistici e narrativi, e anche ai temi che nel suo film sono centrali: quelli della doppiezza dell’identità, e del gioco delle apparenze (gli Yankees vincono perché gli avversari si lasciano distrarre delle righe delle loro divise, dice Frank Abagnale Senior, e ripete Frank Junior).
Apparenze in questo caso spensierate e funamboliche, grazie a una storia vera davvero incredibile, che nascondo però un cuore più serio e disperato.

Subito dopo i titoli, infatti, la prima vera scena del film, quella in cui Hanratty (guarda caso, proprio all’alba dei cambiamenti di fine decennio) va a prendere Abagnale in una prigione francese, fotografata con cupezza da Janusz Kaminski, per portarlo negli Stati Uniti. Una scena nella quale, oltre a ribadire come realtà e apparenza siano destinate a sovrapporsi costantemente, con Frank che si finge malato per tentare un’evasione, ma che malato è davvero, e quindi in questo caso destinato a fallire, Spielberg si premura di raccontare al suo spettatore come quello tra i due protagonisti del suo film è un rapporto complesso, che - a proposito di realtà e apparenza - sembra quello tra un ricercato e l’uomo che gli dà la caccia, ma che sotto la facciata nasconde quello tra un ragazzino alla ricerca di un padre, e di un uomo alla ricerca di un figlio.

In un’altra scena chiave del film, che racconta uno dei tanti bellissimi momenti di confronto tra Frank e suo padre Christopher Walken (che è davveero monumentale nel raccontare il patetismo di un uomo che scivola implacabilmente nell’amarezza e nel risentimento col passare del tempo e il complicarsi della sua situazione), il ragazzo implora il padre di dirgli di fermarsi, di smetterla con le truffe, gli imbrogli, il millantare. L’uomo non lo fa, e anzi lo incita a continuare, a sabotare quel moloch governativo che gli ha distrutto l’esistenza con le sue leggi e le sue regole (“tutto in questo paese deve essere legale”, dice al figlio la mamma di Frank davanti alle carte del divorzio).
Nella scena seguente, nel corso di una delle loro abituali telefonate natalizie, è Frank a chiedere a Hanratty di fermarsi, di smetterla di dargli la caccia, perché lui si sta sposando e la farà finita con la vita di prima. La risposta dell’agente dell’FBI è l’esatto opposto di quella del vero genitore di Abagnale: “Non posso, è il mio lavoro.”
Là dove Frank Abagnale Senior dava la colpa al governo federale delle sue disgrazie, colpevole a suo dire di aver ingigantito le sue piccole irregolarità fiscali e di “volere anche le briciole”, e quindi rivendicava la sua anarchia, Hanratty fa quello che fa per senso del dovere, prima che per qualsiasi forma di ossessione personale. E da quale parte stia Spielberg - che, pur in tutto il suo umanesimo e il suo sincero credo democratico e progressista, è sempre stato ed è un riformista, e non un massimalista, a dispetto del fatto che anche lui sembri non provare troppa simpatia per il moloch dello Stato e del Potere Costituito -  è piuttosto ovvio.

Quando poi, verso la fine del film il rapporto padre-figlio tra Carl e Frank è oramai chiarito, come chiarita è l’ossessione per il trauma del divorzio che è alla base dei patemi dei due protagonisti, e che lo stesso regista, figlio di divorziati - sembra qui voler sublimare, Hanratty lascia libero Frank di fare le sue scelte, certo che farà quelle giuste perché nessuno lo sta più inseguendo, ecco che il meccanismo del film trova la sua quadratura, e le identità simboliche dei personaggi - il piacere e il dovere, l’es e il super-io, il figlio e il padre - trovano la solo sintesi e la loro pacificazione. Tanto che il criminale Abagnale, redento dalla figura paterna di Hanratty, diverrà parte integrante del sistema che aveva combattuto, e troverà il successo e la realizzazione che bramava proprio in quel ruolo.
Attraverso la parabola di Frank Abagnale e di Carl Hanratty, raccontata con quella lingua cinematografica spettacolare, irrefrenabile e scorrevole di cui è capace, Spielberg parla di sé, parla dell’America, dell’ossessione per il denaro (i primi piani sui volti dei Presidenti stampati sui dollari), per il successo, per quella spensieratezza raccontata dalla Hollywood degli anni Sessanta fatta di voli aerei, drink, automobili sportive e ragazze bionde e sorridenti, e per il loro lato vacuo e superficiale, con gli assegni contraffatti grazie ad aeroplanini giocattolo e incassati con un sorriso smagliante e un complimento d’ordinanza.
Sotto i quali covano dolori che solo i veri valori, dice il regista, possono curare, regalando un successo che non è più d’apparenza e non è più superficiale.

Prova a prendermi
Il Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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