Postal - recensione del nuovo film di Uwe Boll

28 agosto 2008

Pur con un background pugilistico semiprofessionale, Uwe Boll decide che è giunto il momento di colpire sotto la cintura con l'ultimo dei suoi adattamenti videoludici. Rientrerà Postal nella produzione trash-doc del regista tedesco?

Postal - recensione del nuovo film di Uwe Boll

Abbiamo già dedicato a Boll uno speciale incuriosito, per cui ciò che ci interessa sapere, esaminando Postal, è se il suo “fenomeno” sia in via di evoluzione. Prendendo spunto com'è sua prassi da un'omonima serie di videogiochi iniziata nel 1997 e proseguita nel 2003, Boll questa volta passa alla commedia nera. Un anonimo cittadino dell'immaginaria Paradise, battezzato più avanti nel film come “il tizio impazzito” (“postal dude”), stanco di cornificatrice moglie obesa, disoccupazione frustrante e delirante quartiere in cui vive, accetta una bieca offerta di suo zio Dave, guru di una laida setta truffaldina, con seri problemi finanziari. Ruberanno infatti una partita delle ambite bambole falliche Krotchy, rimettendole in vendita a prezzi esorbitanti su internet. Non sanno però che un gruppo di Talebani ha già pianificato di utilizzarle per la diffusione di un'influenza aviaria e farà di tutto per contender loro il mezzo del contagio.

Postal si apre con una parodia dell'11 settembre, proseguendo con tripudi di flatulenze, bambini decimati da proiettili vaganti, handicappati parcheggiati in garage, Bush e Osama Bin Laden che si scambiano favori, nani turpiloquianti che sopravvivono a strette valigie orientandosi con vibratori luminosi, allusioni e dichiarazioni sessuali, splatter. Presentando il suo film come “satirico”, il “peggiore regista del mondo” Boll si è salvato in corner, garantendo al film quel suo tipico ingenuo velleitarismo che ne giustificherà sacrosante critiche: dire che la satira di Postal è di grana grossa è eufemizzare. C'è mancato poco.
Come avevamo paventato nello speciale, Boll sta diventando sempre più consapevole di se stesso, al punto da essersi ritagliato nel film un ruolo-cameo: un regista che realizza brutti film da videogiochi, usando soldi “nazisti”, riciclandoli nel parco a tema “Little Germany”, dove viene aggredito a mano armato da Vince Desi, vero designer del videogame Postal.

Sospeso tra il demenziale scatologico yankee (l'attore Verne Troyer è il Mini-Me degli Austin Powers) e un'ambiziosa libertà goliardica senza freni inibitori che rimanda ai raptus di South Park (con illustri partecipazioni di J. K. Simmons, Seymour Cassel e David Huddlestone), Postal spiazza. Molte delle idee grottesche provengono dal videogioco, il protagonista ammicca nel look allo Shaun de La notte dei morti dementi, alcune trovate sono di seconda mano, ma bisogna ammettere che Boll ha reso omogeneo il materiale in un film con un registro solidamente sopra le righe che di certo non è il parto di un incompetente del mezzo. Se i riflettori non fossero puntati sull'autore che ormai sproloquia nei suoi deliri di onnipotenza, avremmo anche potuto candidare Postal ad un recupero trash-cult per i posteri nel solco di Russ Meyer, ma la nebbia del battage extra-cinematografico ci obbliga a procedere a passo d'uomo.

Mettiamola così: per ora Boll mette K.O. i Friedberg & Seltzer di 3ciento. E' un incontro tra pesi leggeri, ma lo spettatore con lo stomaco forte disposto ad accontentarsi godrà.

Postal
il trailer del film scritto e diretto da Uwe Boll


  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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