Posh: la recensione del film di Lone Scherfig con il meglio del giovane cinema inglese

23 settembre 2014
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La regista danese lascia da parte i romanzi e porta il teatro al cinema.

Posh: la recensione del film di Lone Scherfig con il meglio del giovane cinema inglese

Sinonimo di elegante, lussuoso e snob, relativo alla upper class o più semplicemente acronimo dell'espressione britannica “Port Out Starboard Home” – che si riferisce alla parte della nave sulla quale viaggiavano i ricchi inglesi di una volta, Posh è l'accattivante e deliziosamente furbo titolo italiano di un film che coniuga il tocco autoriale di una regista che dalla Danimarca guarda all'Inghilterra, grattandone via la patinata raffinatezza, con l'aura di celebrità che avvolge un trio di attori piuttosto belli adorati dalle teenager quasi come Robert Pattinson e Taylor Lautner.

Chiariamo però una cosa: senza nulla togliere al licantropo Jacob e soprattutto al vampiro Edward, peraltro britannico e diventato rapidamente uno dei feticci di David Cronenberg, va detto che nel nuovo film della regista di An Education recitano esponenti della migliore tradizione di attori del mondo: quella inglese, che passa attraverso le più serie drama school del paese e l'ottima palestra della televisione di qualità della BBC.
E' bene tener conto di questo non piccolo particolare, perché una buona parte del fascino di Posh sta proprio nelle singole voci degli interpreti, che si fondono in un'armonia perfetta scena dopo scena.

Dopo aver portato al cinema, grazie a Jim Sturgess e Anne Hathaway, il romanzo cult “Un giorno”, Lone Scherfig filtra attraverso la sua sensibilità femminile un fenomeno tipicamente maschile: le dinamiche interne alle confraternite universitarie più esclusive, che richiedono come lasciapassare le buone maniere, una discreta cultura e una famiglia piuttosto danarosa alle spalle.
Invece di prendere spunto dalle pagine di un libro, la regista lavora su una sceneggiatura ispirata a una pièce teatrale che si è ritagliata un posto d'onore fra i titoli del West End londinese del 2010.
L'operazione è interessante, ma il tradimento dell'originale, che consisteva in un'unica sequenza di una cena-distruttiva e distruttrice, fa sembrare il film un passo indietro rispetto alla precedente filmografia di Lady Scherfig.
Invece di osare, rispettando l'unità di luogo dello spettacolo e introducendo nella corsa alla dissolutezza del presente accenni al background ogni personaggio, Posh preferisce “rimanere sul classico”, mostrando la quiete prima della tempesta (con l'aggiunta al club di due nuovi componenti) e il dopo, con le nefaste conseguenze della generale grande bouffe.

E' una scelta che va rispettata e che facilita in qualche modo lo sviluppo dei personaggi, ma che incasella il film  in un genere troppo riconoscibile e poco nuovo - a cui appartengono, ad esempio, The Skulls, L'attimo fuggente e Giovani Ribelli.
Di diverso, rispetto ai già citati An Education e One Day, c'è in Posh il coraggio di andare fino in fondo nella denuncia di un classismo arrogante e deleterio che minaccia le fondamenta democratiche di paesi europei magari più civili e corretti del nostro, ma più individualisti di altri e sprezzanti nei confronti di tutto ciò che è considerato “out”.

Non è per forza questo il messaggio che deve arrivarci dal film. Si può anche considerarlo il fortunato exploit di una boy gang che somiglia a una boy band, ma che non piace né alle mamme, né alle nonne, né tanto meno alle cattive ragazze.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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