Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini - la recensione

11 marzo 2010
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Chris Columbus, dopo aver diretto i primi due Harry Potter, trasporta al cinema una saga pensata sulla falsariga delle avventure del maghetto, sostituendo la magia con la mitologia.

Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini - la recensione

Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo: Il ladro di fulmini - la recensione

L'adolescente Percy Jackson è il figlio di Poseidone. Questo tipo di premessa provoca una reazione stizzita da parte di coloro che si sentono non necessariamente classicisti, ma per lo meno legati ad una cultura europea, che d'istinto vogliono proteggere dall' “attacco” yankee. Sgombriamo il campo dai dubbi: se Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo ha dei problemi non sono di certo nella sua rivisitazione della mitologia pagana. Non c'è lo (stimolante) rischio di iconoclastia in un'operazione che non ha l'autoironica parodia consapevole di un Hercules disneyano, nè la curiosità grottesca dell'amato anime Pollon.

La saga che sembra con questo film avere inizio, basata sui romanzi di Rick Riordan, usa la mitologia come pretesto per costruire una calcolata risposta commerciale a Harry Potter, prendendo due piccioni con una fava. La storia di Percy, che si scopre semidio e va alla ricerca con un amico satiro e la figlia di Atena del fulmine rubato a Zeus, permette infatti alla 20th Century Fox e al diligente regista Chris Columbus (guardacaso autore dei primi due Harry Potter cinematografici) di coniugare il dinamismo di un'ambientazione contemporanea all'esotismo fantasy. L'intero film copre quindi vita e immaginario del target di bambini/tredicenni, bersagliato con attenzione minuziosa: Percy, interpretato da un Logan Lerman clone di Zac Efron, passeggia per i corridoi del liceo e dice: “Odio questo posto, è come High School senza Musical”. Nel campo di addestramento i semidei sono definiti “mezzosangue”, “half-blood”. Il gioco del cattura-la-bandiera evoca molte modalità multiplayer on-line e ovviamente il Quidditch. Non manca poi l'inevitabile “minaccia del grande conflitto”, a quanto pare stremante obbligo del cinema hollywoodiano che ha travolto anche la povera Alice e la sua Wonderland.

Saremmo disposti ad ammetterci sterili snob di fronte alla costruzione così rigorosa di un “prodotto”, specialmente considerando che pretendere l'autoironia vera è ridicolo, se si considera che il target di riferimento giustamente non sa ancora cosa sia. Ci impuntiamo però di fronte alla regia visivamente poco inventiva di Columbus, ma soprattutto davanti al product placement insistito e insolitamente goffo di molte sequenze. Marche e modelli di accessori elettronici e auto, in bella vista e spudoratamente enfatizzati, non contribuiscono certo alla sospensione dell'incredulità, aiutata poco da nomi come Uma Thurman (Medusa), Rosario Dawson (Persefone), Steve Coogan (Ade), Sean Bean (Zeus), Pierce Brosnan (Chirone) e addirittura Catherine Keener. Nemmeno la loro partecipazione riesce ad equilibrare esigenze commerciali e ispirazione, attraverso quello stile che Hollywood ha saputo spesso garantire.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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