Parthenope: la recensione del film di Paolo Sorrentino in concorso al Festival di Cannes 2024

22 maggio 2024
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Dopo È stata la mano di Dio Sorrentino torna a Napoli e al racconto di una giovinezza. Il risultato è un film struggente e bellissimo, nel quale si parla di vita e di una città con intelligenza e nostalgia, e con un cinema che sfiora il sublime nella bellezza e nell'osceno. La recensione di Parthenope di Federico Gironi.

Parthenope: la recensione del film di Paolo Sorrentino in concorso al Festival di Cannes 2024

In È stata la mano di Dio, Paolo Sorrentino faceva dire a Antonio Capuano che da Napoli nessuno se va mai davvero.
Non si sfugge a Napoli: e a Napoli, in tutti i sensi, Sorrentino torna anche in Parthenope. Torna a Napoli e a quell’altra cosa cui nessuno di noi sfugge mai davvero: la giovinezza, il suo ricordo, il suo fantasma. Il fantasma di una stagione fatta di bellezza, dell’illusione della spensieratezza, dello sperpero di sé stessi, dei propri sentimenti, dell'amore, di un tempo regalato alla gioia, o disperso nella malinconia.
A sfuggire, invece, inesorabile, è il tempo. È la vita. Quella vita che, come recita l’esergo di Luis-Ferdinand Céline “è enorme”, tanto che “ti ci perdi dappertutto”.
Ecco. Parthenope racconta la vita di una donna che si è persa nella sua vita, che alla vita e ai suoi misteri, ai suoi dolori, si è abbandonare. Parthenope, la Parthenope di Celeste Dalla Porta, è una donna che si è lasciata andare. Si è lasciata andare da quando a lasciarsi andare è stato suo fratello Raimondo, il Raimondo fragile, che sapeva tutto e vedeva tutto, il Raimondo forse innamorato di lei e pronto a perdere tutto, tranne lei.

Da quel momento in avanti - quel momento che infrange l’incantesimo della sua e loro giovinezza - Parthenope inizia a esplorare i frammenti e le rovine di quel che è rimasto, i riflessi oscuri del mondo all’esterno, le sfumature ambivalenti di una vita che Sorrentino fa coincidere, anche, con la sua città. Una città che Parthenope ama, odia, incarna.
Il dolore che la ragazza porta dentro, unito al suo senso di colpa, non la trasfigura, non la sfregia, non ne limita la possibilità di riconoscere la bellezza vertiginosa che a tratti le si para davanti, come una meraviglia: il mare, il figlio malato del suo professore di antropologia, le sorprese che Napoli è in grado di riservarle anche alla fine, quando pensa di aver visto tutto.
Il dolore di Parthenope, che ha cancellato l’illusione, le permette finalmente di vedere, come le insegna il suo professore di antropologia: vedere Napoli come non l’aveva mai vista, uscendo dallo splendore delle ville di Posillipo, dal mondo dell’alta borghesia alla quale appartiene (il padre è il braccio destro di Achille Lauro, non il cantante, l'altro), e di esplorare la Napoli dei vicoli dei Quartieri Spagnoli e della camorra, di avvicinarsi al dolore degli altri, comprenderlo, lenirlo.

Bellissima e intelligente, Parthenope ha perfetta consapevolezza del potere della bellezza ma non ne abusa, e si muove in un mondo in cui, usciti dalla stagione della spensieratezza, dove erano tutti liberi e belli, per la bellezza c’è poco spazio. E se c’è, è mortificata, esposta, svilita. Il resto del mondo del film di Sorrentino è composto da personaggi che la bellezza non l’hanno mai posseduta (“Il mio corpo è fatto per essere rifiutato, le dice Tesorone, personaggio demoniaco e farabutto, seduttore impenitente).
Allora, in quella libertà totale che ha, fatta di abbandono ma mai d’inconsapevolezza, Parthenope è in grado di trovarla, la bellezza, in un sublime che non conosce distinzioni, pregiudizi, né canone estetico.

Anche Paolo Sorrentino trova la bellezza, e il sublime, nelle sue immagini: che partano dall’idea del bello tradizionalmente inteso, o che invece affondino le loro radici nel grottesco, del deforme, nella miseria o nell’osceno.
In questa forma così inconfondibile, così studiata, a tratti così esplicitamente pittorica ma sempre spontaneamente e puramente cinematografica, il regista napoletano cristallizza un sentimento potentissimo, riuscendo nel miracolo di farlo liquefare. Gocce di una malinconia e una nostalgia struggenti che rigano le guance del film e dello spettatore, che squarciano il cuore ("Era già tutto previsto", canta Cocciante in un'occasione), e che riescono a riguardare contemporaneamente una storia universale e legata al sentimento umano, e una più particolare sul legame con un luogo, una terra.
La storia di Parthenope è, allora, anche la storia di una donna che si è lasciata andare, letteralmente, via dalla sua città, e dal suo passato, e che arrivata in età adulta, oltre l’età adulta, torna indietro per far pace, o perlomeno iniziare a farlo, con tutto quello che ha perduto: la giovinezza, un fratello, la sua città natale.

È pieno di domande e di risposte, Parthenope. Più risposte che domande.
Le risposte sempre pronte, sferzanti, ironiche, apodittiche, studiate della giovane Parthenope, che cerca così di controllare e dominare quel che imparerà, suo malgrado, è impossibile fare. Le risposte di personaggi memorabili (il John Cheever di un gigantesco Gary Oldman incontrato da Parthenope a Capri, il professor Marotta di un meraviglioso Silvio Orlando, perfino il Tesorone di Peppe Lanzetta), ossessive nel loro farsi testardamente aforisma.
Sorrentino gioca con questo stile, provoca lo spettatore, ne testa la pazienza, ma al tempo stesso ammette esplicitamente, con sconcertante candore, come anche il suo sia il tentativo di ordinare il non ordinabile, di controllare la vita col cinema, per attutirne in qualche modo l’impatto.

Le domande, anzi, la domanda, è sempre la stessa. “A cosa stai pensando?”. Lo chiedono in tanti, quasi tutti, a Parthenope. Una risposta non c’è mai, davvero. Perché Parthenope, come la vita, come Napoli, è un mistero, una contraddizione, un ossimoro (come il “notaio felice” citato dal personaggio di Orlando), il fantasma impenetrabile e enigmatico di ciò che è stata e di ciò che sarà.
Se al mistero di Parthenope una risposta c’è, viene data, o si forma nella nostra mente, arrivano sempre i personaggi, il film stesso, il loro autore, a riportarci sempre in uno quello stato di ambiguità, e quindi di attenzione, di apertura, che permette di poterci stupire davanti la meraviglia che, fugace, fantasmatica anche lei, ci si para davanti nel corso dell’esistenza.
Perché alla risposta, quando pare arrivare, Sorrentino aggiunge una postilla, semplice, cristallina, pesantissima, illuminante, melvilliana: “O forse non è così”.
Capolavoro? Forse. O forse non è così. Mistero.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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