Panama Papers: recensione del film Netflix di Steven Soderbergh sui Panama Papers in concorso al Festival di Venezia 2019

01 settembre 2019
2.5 di 5
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Il regista questa volta sperimenta giocando con la forma, e applicando un modello "La grande scommessa" portato a un eccessivo parossismo la vicenda che racconta.

Panama Papers: recensione del film Netflix di Steven Soderbergh sui Panama Papers in concorso al Festival di Venezia 2019

Due voci narranti, che si tramutano subito in due volti e due corpi, quelli di Gary Oldman e Antonio Banderas, che poi sono anche Mossack e Fonseca, i due titolari dello studio legale panamense al centro dello scandalo causato dai Panama Papers.
Due personaggi che si rivolgono direttamente al pubblico, per raccontargli una storia - una favola, dicono loro - che li riguarda, certo, ma che riguarda la storia del denaro e del credito, e che riguarda tutti noi.
Mentre si muovono, attraversano luoghi e tempi, studi e set cinematografici, e allora tutto è chiaro: per portare al cinema la storia di Mossack e Fonseca, delle frodi finanziarie e delle società offshore per eludere tasse e riciclare denaro, Steven Soderbergh adotta lo stesso sistema dello scandalo. Quello delle scatole cinesi; quello di qualcosa o qualcuno che sembra una cosa, ma in realtà sotto è un’altra.

Raccontando una delle grandi storture del nostro sistema legale e finanziario (dove “nostro” sta per “mondiale”), per appellarsi direttamente ed esplicitamente alle nostre coscienze e a quelle della nostra classe politica, Soderbergh continua nel suo percorso di sperimentazione, travestendo la denuncia da commedia. Rischiando come al solito.
È nato con Netflix, questo Panama Papers, per cui già l’americano aveva diretto High Flying Bird: che è un film molto diverso - e purtroppo per Soderbergh, molto più riuscito - ma che comunque in fondo trattava di argomenti simili, e che conta sulla firma dello stesso sceneggiatore, Scott Z. Burns.
I due, per la voglia forse di cambiare e di sorprendere, cambiano forma e toni, prendono il modello di La grande scommessa e lo portano al parossimo: ma come tante delle scatole cinesi costituite dalle società fittizie offshore sono scatole vuote - gusci, come sono definiti nel film - allo stesso modo i tanti capitoletti che compongono Panama Papers sono spesso esili ai limiti dell’inconsistenza, per quanto magari divertenti.

È un giochino, Panama Papers.
Soderberg
ha dalla sua il tema e il messaggio, per carità, e gli attori (Oldman e Banderas sono una gran coppia, Meryl Streep è Meryl Streep, ma non trascurate il bravissimo Jeffrey Wright), ma gira con un disimpegno e una leggerezza eccessivi, che finiscono per appiattire forma e contenuto. Il suo nuovo giocattolino, questa volta, diverte poco, e forse anche per poco, finendo col mancare il bersaglio dell’intrattenimento così come quello della denuncia.
Peccato.

Panama Papers
Il Trailer Italiano Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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