Oldboy Recensione

Titolo originale: Old Boy

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Oldboy - la recensione del remake diretto da Spike Lee

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Oldboy - la recensione del remake diretto da Spike Lee

Quando venne annunciato che Spike Lee avrebbe diretto un remake di Old Boy, confessiamo di aver avuto delle perplessità in merito. Pur non avendo letto il manga da cui era tratto, il film di Chan-wook Park ci sembrava assolutamente inarrivabile. Poi, mano a mano che il cast si formava, i dubbi lasciavano il posto alla curiosità di vederlo. La storia sembrava inoltre perfetta per un regista come Lee e in grado di riscattarne alcune opache prestazioni. Bene, la fiducia e l'attesa non sono rimaste deluse. Quando la premessa è interessante ogni pretesa di intoccabilità cade: il teatro vive di "remake" e nessuno si è mai sognato di lamentarsi dei continui allestimenti di Shakespeare,  così come il tema della vendetta è alla base di centinaia di storie, come dimostrano gli ironici rimandi del film al Conte di Montecristo.

Spike Lee riesce addirittura in alcuni momenti a superare in crudeltà il film originale e di sicuro non lo fa rimpiangere. Chi pensava che la violenza fosse eccessiva per una pellicola americana e temeva che si sarebbe scesi a compromessi, si tranquillizzi: questo Oldboy non si fa problemi nel mostrarci sangue e torture (e paga con il flop al box office USA), che sono elementi essenziali della storia e quindi privi di ogni compiacimento. Addirittura esteso è il tema dell'incesto, che dà vita ad alcune delle scene più disturbanti e stranianti del film.

Le differenze principali tra il film di Park Chan-wook e quello di Spike Lee sono di stile e di contenuto. Il regista americano abbandona gli elementi più visionari e astratti dell'opera del collega coreano, calcando sul pedale della tensione tipica del thriller. La regia si mette interamente al servizio della storia, dando spettacolo solo quando è necessario (da applauso la sequenza della lotta del protagonista contro gli scagnozzi di Samuel L. Jackson, realizzata su tre livelli).

E' come se la chiave di questo remake fosse l'amplificazione: del dolore, dei sentimenti, del tempo (nel manga l'uomo rapito veniva tenuto prigioniero 10 anni, nel film di Park Chan-Wook 15 e in questo 20 e non si tratta di una differenza formale). La sceneggiatura sceglie inoltre una linea più realistica e per questo si sbarazza dell'espediente fumettistico dell'ipnosi: sono le esperienze che abbiamo avuto a determinare i nostri sentimenti e chi ne sarà oggetto.

Ma al di là delle scelte creative e consapevoli fatte a tavolino, a dettare tutto Oldboy sono il corpo e lo sguardo di Josh Brolin, impegnato in quella che è fino ad ora è la performance migliore - e la più coraggiosa - della sua carriera. Splendido e detestabile nell'arroganza iniziale, col corpo gonfio d'alcool e la violenza sotto pelle che aspetta solo di esplodere, convincente nelle reazioni alla sua misteriosa prigionia, l'attore diventa grandioso nella sua trasformazione in macchina per uccidere, un lavoro straordinario fatto sulla propria corporeità che traina il film anche nei suoi pochi momenti deboli.

Il resto del cast  non è da meno: se è bravissimo Sharlto Copley nel ruolo del cattivo (consigliamo di vedere il film, ove possibile, in versione originale) è convincente Elizabeth Olsen in quello della ragazza che aiuta il protagonista, anche se la differenza di esperienza coi suoi partner è a tratti evidente.

Come quello di Park Chan-Wook, anche il film di Spike Lee si chiude con un terribile sguardo in macchina. Che è forse – se possibile – ancora più sconvolgente, perché la punizione a cui si condanna il kafkiano colpevole del film lo/ci riporta dritto nell'incubo, in un circolo vizioso impossibile da spezzare, condannato a una vita in cui nessuno potrà assolverlo dalla sua inconsapevole ma terribile colpa.

 

Oldboy
Trailer italiano - Red Band
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