Non così vicino: la recensione del film con Tom Hanks

03 febbraio 2023
3.5 di 5

Nelle mani di Marc Forster il remake di un celebre film svedese diventa profondamente americano, come lo sono tutti i film con Tom Hanks, questa volta burbero, fragile e struggente. Ecco la nostra recensione di Non così vicino.

Non così vicino: la recensione del film con Tom Hanks

In oltre quarant'anni di carriera, Tom Hanks ha più volte attraversato la storia americana, e i suoi personaggi, chi più chi meno, hanno spesso acchiappato per la coda il sogno americano, a cominciare dall'everyman per antonomasia Forrest Gump, che ha saputo dimostrare che, con tanta buona volontà, un po’ di generosità e un pizzico di fortuna, si può addirittura cambiare il corso della storia con la S maiuscola e raggiungere quella felicità che, ancora un paio di decenni fa, consisteva nell'avere un lavoro ben retribuito, una casetta con veranda in un quartiere residenziale, magari una moglie graziosa e dei figli da accudire. Altre volte Hanks ha dato corpo alle contraddizioni del paese dove è nato e che, pur essendo la culla della democrazia, ha esaltato i vincenti e rigettato i perdenti o gli outsider come fossero corpi estranei, anche se questi corpi estranei ascoltavano le arie di Maria Callas o si prendevano a cuore il destino di un equipaggio navale o di un aereo in caduta libera.

Hanks "espressione da buono" ci ha provato a fare il cattivo, ma ha spiazzato il suo pubblico, che a torto non lo ha ritenuto adatto, per citare un caso, a fare il gangster in Era mio padre e lo ha apprezzato in particolare nelle vicende di una moltitudine di eroi per caso, salvo poi rispolverare le vecchie perplessità di fronte al luciferino, pingue e sudaticcio Colonnello Tom Parker di Elvis, uno dei suoi ruoli più recenti. E il signor Otto di Non così vicino come si può classificare? E a quale dei suoi personaggi del passato si può accostare? Probabilmente a nessuno. Versione edulcorata del Walt Kowalski di Gran Torino, che addirittura ringhiava, O-T-T-O non tradisce la sua natura di reinvenzione di un personaggio svedese e costituisce quasi un unicum nella carriera di un attore che sempre più somiglia a Spencer Tracy, non fisicamente ma per il suo specialissimo posto nel cuore degli abitanti degli States.

Qui, e forse per la prima volta, Tom Hanks è misantropo quasi come Scrooge di Canto di Natale e furioso con la vita, che gli ha portato via la donna che ha dato un senso a un'esistenza altrimenti grigia e monotona. Come l'anziano Carl Fredricksen di UpOtto ha messo al centro del suo universo emotivo una moglie adorabile e intelligente, come facevano i nostri nonni e forse i nostri padri, e adesso è solo, solo e rancoroso, e ogni mattina fa la sua ronda per il quartiere e aggredisce verbalmente tutti coloro che infrangono le regole, a cominciare da chi non fa la raccolta differenziata e non rispetta la proprietà privata. Per Otto, naturalmente, la disciplina è un rifugio, ma la sua intenzione e insieme il suo desiderio più grande è suicidarsi, in modo da raggiungere la moglie in cielo, e non solo perché senza di lei nulla ha più senso, ma anche perché il sogno americano di cui sopra è andato in frantumi, bombardato dai rumori molesti, guastato dal pressappochismo, cancellato da un politicamente corretto di facciata, vilipeso dall'omofobia e dalla maleducazione, reinterpretato alla luce di un suprematismo bianco nemmeno troppo nascosto che si esprime nella gentrificazione, in un sistema sanitario assurdo e nella stolida resistenza alle richieste di aiuto dei più bisognosi.

In fondo Otto non ha tutti i torti nel desiderare di passare a miglior vita, ma il destino non è dalla sua, e l’arrivo di una chiassosa famiglia di messicani che hanno affittato la casa di fronte lo costringe a tirare fuori una tenerezza che sembrava svanita. Hanks, nel corso del film, si avvicina sempre di più all'attore che abbiamo visto in una serie di feel-good movie che per alcuni restano le sue prove recitative migliori, ma il suo iniziale odio cosmico lo rende molto diverso, per esempio, dal Viktor Navorski di The Terminal e meno ingenuo, e il suo senso di superiorità, che nasce dalla consapevolezza di avere più neuroni della maggior parte delle persone che gli si parano dinnanzi, gli fa guadagnare punti. Per Otto il globo terracqueo è un serbatoio di idioti, perché idiota è chi non distingue un cacciavite a stella da un cacciavite piatto, chi non sa aggiustare un elettrodomestico o chi non tiene in ordine il garage, e il nostro non cambia ide neppure quando un tornado si abbatte sulla sua quotidianità scandita da piccoli  e confortanti rituali, e il tornado è Marisol (Mariana Treviño Ortiz), la madre della già citata famiglia messicana, una donna pratica e dotata di buon senso e straordinariamente intelligente. Forse è un cliché attribuire a un individuo che viene dall'America centrale un calore umano che lo statunitense purosangue non ha, ma è vero che chi è nato fra le difficoltà e ha avuto soltanto le briciole dell'american dream ha imparato a riconoscere le anime inquiete, anche se Otto, più che inquieto è molto triste, solo che e ha imparato a trasformare la malinconia in rabbia. Otto, in fondo in fondo, desidera trovare il suo posto nel mondo, ed è sorprendente che ci riesca veramente solo quando ha perso l'affetto più grande.

È pieno di sfumature Non così vicino, e di mutamenti sottili, che Marc Forster cattura con la sua macchina da presa e restituisce con delicatezza. Il suo film non è mai consolatorio, non cerca la commozione o l'happy ending, perché il protagonista indosserà pure (in una foto) un costume da coniglio rosa shocking, ma lacera il cuore quando ripensa al passato e a una vita che non è stata idillio ma ha portato sofferenza e ingiustizie. Forster ci costringe a guardare, per l'intera durata di Non così vicino, la fragilità, più fisica che emotiva, di Otto, non a caso interpretato da un Tom Hanks magro, quasi gracile, che scompare nel completo blu che indossa ogni volta che prova a farla finita. Otto, se ci pensiamo, non è poi così lontano dal personaggio interpretato da Ricky Gervais in After Life o da Jason Segel in Shrinking, ed è bello che il cinema e le serie tv si soffermino sempre più di frequente sulla fragilità degli uomini, su maschi non Alfa che si realizzano nella condivisione di grandi e piccole cose con una donna che non è né una fanciulla rinchiusa in una torre da salvare né "la Capitana Nemo che fa l'amore a tempo" paventata da Roberto Vecchioni in "Voglio una donna", ma una creatura dolce, solare ed empatica.

È spaventosa la velocità con cui la società si sta modificando. Gli equilibri di coppia stanno mutando, l'idea stessa di felicità sta mutando. Vogliamo sempre di più e vogliamo tutto subito, e desideriamo cambiare partner come si cambia un paio di scarpe. Non Otto, no lui no, e persone così sono preziose. Bisognerebbe avvicinarsi a loro, quando abbiamo la fortuna di trovarle, per abbattere il muro che hanno alzato ma che è fragile come una delle casette dei tre porcellini. Se poi gli Otto di questo mondo hanno occhi che sono due torrenti d'acqua chiara come Tom Hanks, tanto meglio. Non è perfetto Non così vicino, e a tratti è discontinuo, ma non è ingenuo, non è ricattatorio né tantomeno catartico. È semplicemente vero: vero come il dolore di una perdita, l'antipatia di un individuo stupido o la povertà di un pugno di immigrati.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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