No grazie, il caffè mi rende nervoso: la recensione del film con Lello Arena ideato da Massimo Troisi

03 giugno 2020
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Il cult No grazie, il caffè mi rende nervoso con Lello Arena, su soggetto di Massimo Troisi, è un film in cui alcune idee geniali fanno dimenticare i cedimenti.

No grazie, il caffè mi rende nervoso: la recensione del film con Lello Arena ideato da Massimo Troisi

L'imminente Festival Nuova Napoli, col suo carico di rilettura della tradizione partenopea, stimola le minacciose incursioni di un serial killer, Funiculì Funiculà, la cui missione è appunto preservare gli stereotipi. Trascinato dall'entusiastica collega Lisa (Maddalena Crippa), indaga controvoglia il timido e pauroso cronista del Mattino, Michele (Lello Arena). Nel mirino del maniaco ci sono il musicista James Senese (se stesso, autore anche delle musiche del film) e Massimo Troisi in persona, paralizzato dal terrore.

No grazie, il caffè mi rende nervoso (1982) è una di quelle opere che si fanno perdonare le incertezze: stimolano quell'odiato "processo alle intenzioni", anticamera dell'assoluzione totale per ogni debolezza che pure è lì davanti ai tuoi occhi. Organizzato dal produttore Mauro Berardi che l'anno prima aveva lanciato Massimo Troisi con Ricomincio da tre, No grazie il caffé mi rende nervoso nasce da un soggetto dello stesso Troisi, sceneggiato da Lello Arena, Michael Pergolani e Stefano Vespignani. Nonostante qualche fonte riporti una direzione degli attori non accreditata proprio ad Arena, cosa plausibile dato che l'attore qui protagonista è un vero coautore, il film è firmato tecnicamente da Lodovico Gasparini, al suo esordio.

Due problemi non si possono negare, se si va oltre la giusta riverenza per alcune scene epocali (l'origine della cecità di Dieci Decimi scatena l'applauso, il gergo criptico della mala è surreale). A parte qualche sprazzo creativo, la confezione è assai povera, con una messa in scena essenziale in luci elementari e inquadrature funzionali, raramente in grado di ricavare il massimo dalle situazioni: giocando sulla parodia dei gialli alla Dario Argento, lavorare di più sulla tecnica avrebbe potenziato il film, va detto. In secondo luogo, nonostante la storia parta con un buon ritmo, i necessari depistaggi per rendere vivo il mistero escono un po' troppo dai binari dalla narrazione centrale, specie nella seconda metà, ricavando magari gag spassose, ma indebolendo la credibilità dei personaggi e la tenuta dell'insieme.

Calma. Alziamo le pretese perché, di base, No grazie il caffè mi rende nervoso è senza mezzi termini geniale. In quel modo nascosto, sornione, sotterraneo, non urlato eppure deciso, tipico di Massimo Troisi. Nel 1982 nessuno sapeva cosa fosse un hater: troviamo triste rimpiangere a oltranza i tempi passati, ma almeno da quel punto di vista si viveva meglio. Ciò non toglie però che la frustrazione fanatica, la difficoltà di rimettersi in discussione che si trasforma in rabbia verso persone più aperte, è sempre esistita. Nel decennio immediatamente successivo al terremoto del '68, la generazione a cui appartengono gli autori di questo film, così come i coetanei Verdone, Benigni, Nuti, Nichetti, si fece carico della reinvenzione dell'ironia nazionale. Ciascuno si pose domande sulla propria tradizione culturale regionale, mai rinnegata ma mediata dalla consapevolezza della prima grande globalizzazione. Se i loro film hanno incarnato il linguaggio nuovo, No grazie il caffè mi rende nervoso discute direttamente della questione.

Qui sotto c'è molto del Troisi che si lamentava del "Napoli? Emigrante?", che gli veniva ossessivamente rivolto in Ricomincio da tre. Orgoglio e consapevolezza. Ponendo Massimo Troisi e il melting pot vivente incarnato da Senese tra le vittime del killer, Arena e lo stesso Massimo sanno di essere nella vita reale proprio la "Nuova Napoli" del Festival, ma usano il film per invitarci ad apprezzare il guardare avanti, perché per raccontare il passaggio epocale aggiornano proprio la farsa. Una tradizione che non sfigura accanto a pizza, mare e mandolino, tre delle esigenze del folle Funiculì Funiculà: se il killer avesse visto magari proprio No graziè il caffé mi rende nervoso, si sarebbe rassicurato, perché tutto cambia e si adatta, ma non per questo tutto "more acciso". Per proseguire dobbiamo fare necessariamente uno spoiler.

Un vero delitto sarebbe sottovalutare la performance di Lello Arena, distratti da Troisi, che pure esplode in una delle sequenze più alte del suo cinema, il dialogo col "signor Maniaco, anzi Nervoso" e il leggendario: "Chi io? Non voglio cambiare Napoli, lo dico sempre. Cambiate Mantova, cambiate Rovigo, perché sempre Napoli?". Il Michele di Arena è dolce e disperato come un incrocio tra Pierrot e Pulcinella, il che, pure con una battuta finale da antologia, rende la rivelazione tragica, nonostante il grottesco generale: in Michele la combinazione della timidezza con il martellamento nostalgico sterile del folkloristico babbo (che, guardacaso, pensa sempre alla morte) genera una schizofrenia terribile e quanto, quanto attuale. I social oggigiorno pullulano di recriminazioni per il passato, perché si è terrorizzati dal futuro. Michele non vede questo futuro, quindi crea Funiculì Funiculà per costruire un eterno, finto e ingessato passato da difendere con una rabbia animale. Ma diventa ridicolo. Una questione seria, che può essere affrontata solo da comici di questo livello.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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