No Escape - recensione dell'action thriller politico con Owen Wilson e Pierce Brosnan

09 settembre 2015
2.5 di 5
5

Un altro horror (stavolta mascherato) per il regista di Necropolis.

No Escape - recensione dell'action thriller politico con Owen Wilson e Pierce Brosnan

Jack, un ingegnere dipendente da una multinazionale idrica americana, sbarca con moglie e figlie in un'imprecisata località del Sud Est asiatico dove è stato trasferito per lavoro. Appena arrivati si trovano proiettati in un incubo, nel bel mezzo di un colpo di stato, assediati nell'albergo dove alloggiano da folle di ribelli armate di machete e armi da fuoco, assetati di sangue straniero. In una situazione senza apparente via di uscita, Jack deve guidare la famiglia fuori dai confini del paese e viene aiutato in questo da un misterioso cittadino britannico.

Sono davvero due tipi singolari i fratelli Dowdle (John Erick alla regia e Drew alla produzione e sceneggiatura). Dopo aver visto il loro Quarantena, remake americano di Rec, li avevamo conosciuti di persona l’anno scorso grazie al non disprezzabile found footage Necropolis, quando nell’occasione ci avevano anche parlato del loro prossimo film – questo - con Owen Wilson e Pierce Brosnan, che avevano appena finito di girare. Incuriositi, avevamo recuperato in seguito un altro loro horror “documentaristico” del 2007, The Poughkeepsie Tapes, molto meno convenzionale e assai più riuscito e impressionante, inedito da noi così come le loro prime prove.

In totale con No Escape – Colpo di stato sono sette i film firmati dal duo, tutte opere a basso budget che prendono spesso spunto dalla realtà per declinare un tema che li affascina da sempre: mettere dei personaggi in situazioni di crisi estrema e vedere cosa sono disposti a fare per tirarsene fuori. Questa loro ultima creatura, un dichiarato B-movie, eleva all’ennesima potenza quel che succede a una persona comune che si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato e a ben guardare, sotto le spoglie di un action, è il loro ennesimo horror.

Quello che conta infatti non sono tanto le sfumature geopolitiche e i temi attuali (il controllo dell’acqua da parte di multinazionali capitaliste nei paesi del terzo mondo), che sembrano appiccicati in modo posticcio perché altrimenti il film rischierebbe di essere troppo razzista senza una stoccata agli Americani cattivi e sfruttatori. Il cuore del film è la situazione allucinante in cui si trova una coppia innocente con due figlie piccole, rincorsa ed assediata da malvagi individui che hanno l’unico obiettivo di ucciderli. La motivazione apparente è la loro appartenenza al popolo sfruttatore, ma in realtà è chiaro che la mattanza segue le sue regole e una volta iniziata è guidata dal gusto del sangue.

I rivoltosi massacrano gli ospiti dell’albergo con una frenesia che arriva al parossismo, mentre i nostri sfuggono loro in un crescendo di situazioni sempre più improbabili per ritrovarseli ogni volta più vicini, di orrore in orrore. In questo senso non c’è nessuna differenza tra questo e i film in cui a perseguitare i protagonisti sono inarrestabili psicopatici. L’abilità quasi soprannaturale con cui i rivoltosi orientali si mettono alle calcagna dei fuggitivi – il cui leader, un Owen Wilson meno imbambolato del solito, compie miracoli degni del più allenato survivalist - ha il suo logico contraltare nel personaggio di Brosnan, un agente segreto veterano che cerca, aiutando i fuggitivi, di riscattarsi dalle colpe dei governi capitalisti per cui lavora e che hanno creato situazioni del genere in tutto il mondo.

E’ tagliato con l’accetta, No Escape, ma è tutt’altro che stupido, perché i Dowdle sono uomini intelligenti e conoscono la materia, anche se stavolta si fanno prendere la mano dalla loro dimestichezza col fantastico, chiedendo allo spettatore una sospensione dell’incredulità estrema in un genere pseudorealistico e soprattutto un’immedesimazione totale in personaggi che risultano spesso stereotipati: il buon padre che si scopre eroe per difendere i suoi cui ripete spesso il solito e abusato mantra dell’ “andrà tutto bene”, le bambine capricciose ma coraggiose, capaci di sforzi sovrumani senza bere, mangiare e dormire, la madre in crisi ma tosta che nel momento peggiore è in grado rassicura il marito, i sadici orientali, l’agente speciale generoso e simpatico che si sacrifica per degli sconosciuti.

Dietro tutte queste evidenti ingenuità c’è un’idea di cinema e alla fine, per quanto rozza sia la confezione, il film riesce nel suo intento di apparentare la famiglia protagonista allo spettatore medio americano, terrorizzato da popoli lontani che parlano lingue sconosciute e che da paradisi naturali possono all’improvviso trasformarsi nell’inferno in terra. C’è anche lo spettro del terrorismo moderno, col rimando alle terribili immagini della cronaca attuale con i truci e fanatici tagliatori di teste e le famiglie massacrate sulle spiagge o nei musei. Tante idee che trovano poco spazio in un film che ha buoni momenti di spettacolo e tensione, interrotti da intervalli intimi e sentimentali non sempre necessari. Forse un finale più secco gli avrebbe giovato, anche se colpisce l’ironia del fatto che per gli americani in fuga in questo film sia proprio il Vietnam, emblema di altri tempi e altre feroci battaglie, a rappresentare la salvezza e la fine dell’incubo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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