Motherless Brooklyn – I segreti di una città: recensione del film di Edward Norton apertura della Festa del Cinema di Roma

17 ottobre 2019
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Il romanzo omonimo di Jonathan Lethem viene ambientato negli anni Cinquanta, e il postmodernismo incontra il noir classico.

Motherless Brooklyn – I segreti di una città: recensione del film di Edward Norton apertura della Festa del Cinema di Roma

Una delle prime cose che saltano all'occhio, in Motherless Brooklyn, è la fotografia di Dick Pope, collaboratore abituale di Mike Leigh. Perché la sua superficie nitida, definita, estremamente contemporanea, sembra una scelta perlomeno curiosa per raccontale la New York dei primi anni Cinquanta, e una storia che si rifà chiaramente al noir classico dello stesso periodo, impregnato di whisky liscio e di jazz, di ambiguità e di corruzione, di luci e di ombre che si mescolano senza tregua.
Con lo svolgersi frenetico delle vicende, sembra abbastanza palese che la scelta di Edward Norton (che qui è regista, produttore, sceneggiatore e interprete, che è sullo schermo quasi in ogni scena) nasce dalla voglia di contaminare le regole di quel cinema lì con una frenesia e un'estetica tutte contemporanee e postmoderne, come contemporanea e postmoderna erano rispettivamente ambientazione e stile letterario del romanzo di Jonathan Lethem che ha adattato per il grande schermo.
Allo stesso tempo, sembra quasi che questa asettica pulizia formale, che corre il rischio di dare una costante impressione di artificio, sia il segnale di un tentativo di riduzione di una complessità difficile da gestire.

L'intreccio di Motherless Brooklyn, infatti, complesso lo è eccome. Lo è nella sua evidenza - nei suoi personaggi, negli intrighi, nelle traiettorie che sottendono e nella matassa che deve essere dipanata - così come lo è nei suoi sottotesti, che vanno dal razzismo alla corruzione della politica, passando per questioni di sincera fede democratica che riguardano la bramosia di potere e denaro connaturata all'uomo, ma anche quella dell'amore, e per questioni quasi filosofiche sul senso e il segno del progresso.
Tutto questo, che il Norton sceneggiatore gestisce in maniera quasi inappuntabile ma tutto sommato scolastica dal punto di vista della struttura narrativa, e con dialoghi serrati, brillanti e funzionali, si esaurisce nella sua dichiarata chiarezza, e non esistono grumi o germi capaci di far esplodere questioni e contraddizioni più grandi di quelle che sono direttamente visibili.

È quindi nella sua evidenza che Motherless Brooklyn va giudicato, nel ritmo al tempo stesso antico e moderno imposto da Norton al suo film, che da un lato sembra appoggiarsi a certe mollezze romantiche legate a quel cinema che non sembra più avere spazio sugli schermi, negli anni delle frenesie cinefumettistiche, e dall'altro invece insegue un nervosismo quasi patologico e caleidoscopico, che ricalca tanto la postmodernità letteraria quanto la sindrome di Tourette del suo protagonista, e le imprevedibili variazioni del jazz.
Sarà allora forse un caso, ma nel turbinio di personaggi che affollano il film, a ricoprire un ruolo centrale nella sua marginalità è quello del trombettista interpretato da Michael K. Williams, chiaramente modellato sul leggendario Miles Davis. Con lui il Lionel di Norton stabilisce un'intesa particolare proprio in virtù del loro essere speciali, ognuno a modo suo. Della loro testa sempre in ebollizione, come dice Williams nel film. Per uno, il dono del genio musicale; per l'altro, la Tourette, che fa funzionare parte della sua testa come in una imprevedibile improvvisazione spontanea, e che è quindi capace di seguire la musica - anche quella geniale e imprevedibile - come se sapesse davvero suonare.

In Motherless Brooklyn il Norton sceneggiatore pareggia il Norton attore, che ha il merito di rendere plausibile e mai fastidioso il racconto della Tourette, e che è capace di aprire praterie di malinconia e dubbio in un sguardo.  A sua volta l'attore arriva prima del regista. Che strappa una sufficienza per come muove la macchina da presa, ma che è assai più bravo a scegliere e dirigere gli attori: dalla Gugu Mbatha-Raw che interpreta Laura a un Alec Baldwin - sempre più bravo via via che invecchia, qui nei panni di una sorta di doppio di Robert Moses, controverso amministratore e costruttore newyorchese di quegli anni - passando per riusciti cammei come quello di Bruce Willis e per comprimari di valore come Dallas Roberts.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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